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7 febbraio 2013 4 07 /02 /febbraio /2013 06:00

Sinfonia d'inverno


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Iniziamo l'anno con questa fantasia grafica e musicale disegnata dal maestro Caran d'Ache. Questa doppia pagina intitolata "Allume! Allume! Symphonie d'hiver" [Accendi! Accendi! Sinfonia d'inverno] fu pubblicata cento anni fa sul numero speciale di Natale (n° 3 del 15 dicembre 1902) di La Vie Heureuse, "rivista femminile universale illustrata" (tutto un programma!).



[Traduzione di Massimo Cardellini]

 

 

LINK:

Symphonie d’hiver

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3 febbraio 2013 7 03 /02 /febbraio /2013 06:00

Negli ultimi anni, il fumetto ha ricevuto nel nostro attardato paese molti riconoscimenti formali e non, tra questi ultimi, i più importanti vanno senz'altro ricercati tra quelli che hanno più contribuito ad una divulgazione presso un vastissimo pubblico dei maggiori lavori creati dagli autori di più alto livello dell'ultimo secolo, grazie alla pubblicazione come supplementi a prezzi contenuti dei quotidiani di più ampia diffusione e tiratura su scala nazionale.

Queste edizioni uscite in veste modesta rispetto alle prime edizioni risalenti spesso agli anni 60 e 70, non mancano però di una loro dignità sia per il formato abbastanza adeguato che ne permette una buona lettura sia soprattutto per gli apparati critici che pongono i lettori dell'ultima generazione in grado di capire il contesto storico sociale e culturale in cui fecero la loro comparsa, il che non è poco.

In questo post riproduciamo l'interessante ed importante introduzione al personaggio Valentina creato da Guido Crepax nel lontano 1965, scritto da un celebre critico dei fumetti, il giornalista, scrittore e saggista Luca Raffaelli che collabora regolarmente con il quotidiano La Repubblica, editricecui si deve la celebre serie di I Classici del Fumetto di Repubblica, usciti nel febbraio del 2003. In questo scritto il prefatore tratta anche dell'autore Guido Crepax e delle storie presentate nel volume in questione.

 

 

 

 

 

 

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Luca Raffaelli

 

 

 

 

 

 

 

a0001Copertina del volume dedicato al personaggio Valentina di guido Crepax, 13° volume della serie "I Classici del Fumetto della Repubblica".

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23 gennaio 2013 3 23 /01 /gennaio /2013 06:00

Il signor Tringle

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Capitolo I

Progetti e meditazioni del signor Tringle

 

 

 

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Mai uomo fu più felice del signor Tringle il giorno in cui ricevette un invito per il ballo in costume dato dalla famiglia Brou. 

 

Subito il signor Tringle decise di vestirsi da diavolo. 

Singolare idea per un celibe che aveva l'aspetto abituale di un parapioggia nel suo fodero. 

 

È vero che un mese prima dell'annuncio di questo ballo, il signor Tringle si era accordo, all'incrocio del parruccaio Chabre, uno strano costume di diavolo rosso, con una parrucca arruffata e una lunga coda mobile che doveva produrre (per lo meno così apparve al signor Tringle), un effetto sorprendente in una quadriglia.

 


 

 

 

Non che il signor Tringle fosse un buon ballerino. Sino ad allora, il suo posto durante le serate era assegnato ad un tavolo in cui i principali funzionari della città di Ilettes giocavano alla bête ombrée; tringle002.jpgma il signor Tringle aveva pensato che quella coda mobile, allo stesso tempo in cui lo avesse esentato dal gioco, si sarebbe agitata abbastanza da sé per lottare contro il talento dei ballerini più rinomati.

 

Tutto un futuro di felicità si annetteva a quel costume da diavolo, poiché da qualche tempo il signor Tringle si lamentava segretamente sul suo stato di vecchio ragazzo, e non chiedeva che di condividere i suoi tremila franchi di patrimonio con una giovane che gliene apportasse almeno il doppio.

 

E, poiché la signora Brou sembrava offrire al celibe le qualità che egli si aspettava da una compagna, e cioè seimila libbre di rendita, più di una volta, passando davanti alla bottega del parruccaio, il signor Tringle ammirò, volteggiando al vento, il costume da diavolo che doveva farlo entrare nel bel mondo.


- Quanto si deve essere leggeri sotto quel costume!, pensava il signor Tringle, rimpiangendo di non aver reso sciolte le sue gambe in gioventù.

 

 


 

 

 

Con il favore di una quadriglia, sperava di intrattenersi con la signora Brou, dare esempio di galanteria, mostrarsi pieno di attenzioni durante il ballo cotillon, e soggiogare il cuore della giovane con delle prodezze di danza tanto più notevoli in quanto non vi si era abituato.

 

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Il celibe non fece in tempo ad entrare nel salone dei Brou, che venne catturato dai giocatori.

 

- Stiamo organizzando una bête ombrée, ecco il signor Tringle, esclamò la padrona di casa.

 

 

 


 

 

Allo stesso tempo si poteva udire la voce stridula di una vecchia ereditiera, giocatrice accanita.

 

- Signor Tringle, signor Tringle, signor Tringle!.

 

tringle004.jpgIl signor Tringle non aveva ancora ancora consegnato il suo cappello che un certo signor Paf, capitano nella guardia nazionale, seduto alla tavola da gioco, esclamava, come se avesse da fare l'appello degli uomini della sua compagnia:

 

Tringle, caro signor Tringle, tutti vi reclamano, diceva la signora Brou spingendo famigliarmente il celibe da una parte del fastidioso tappeto verde.

 

Queste ragioni e molte altre militarono a favore del costume da diavolo; tuttavia il signor Tringle non osò cofidare il suo progetto alla vecchia serva, che da diciotto anni si occupava della sua casa.

 

Come avrebbe accolto Thérèse l'idea di vedere il suo padrone travestito in tal modo? Avrebbe di certo trovato mille obiezioni; forse, avrebbe intuito che sotto quel costume il signor Tringle nascondeva l'intenzione di avvicinarsi alla signora Brou, di confessarle il suo ardore, e successivamente di portarla in rue Tirelire in qualità di padrona di casa.

 

tringle005.jpgThérèse, che comandava a suo piacimento il celibe, non avrebbe fatto di tutto per far fallire questo progetto?



 

tringle006.jpgSono rari i vecchi ragazzi che, per sfuggire alle catene del matrimonio, non hanno vincolato le loro vite in luoghi mille volte più costrittivi.

 

Un quarto d'ora di ritardo valeva al signor Tringle innumerevoli commenti da parte di Thérèse, sullo straordinario evento che egli aveva fatto stare la pentola quindi minuti in più sui fornelli.

 

Quali agitazioni si sarebbero impadronite della governante all'annuncio della serata!

 

Il signor Tringle, contrariamente alla sua abitudine, rimase muto; ma le piccole lingue di fuoco che sfuggivano dal camino la sera e che si dice annuncino una novità, gli facevano tornare in mente la dote che brillava all'orizzonte.

 


 

 

 

Dalle conseguenze del ballo in costume dipendeva la conquista di questa dote. E poiché i desideri intensi sono quelli ai quali si annettono le radici più lunghe, il celibe si addormentò raramente senza sognare all'8 febbraio, epoca alla quale la signora Brou dava la sua famosa serata.

 

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[Traduzione di Massimo Cardellini]

 

 

 

LINK all'opera originale:

Monsieur Tringle

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15 gennaio 2013 2 15 /01 /gennaio /2013 06:00

Da Figueras a New York

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I fumetti di Salvador Dalí

 

di Antoine Sausverd

 

Scegliendo il fumetto per realizzare la biografia di Salvador Dalí [1], in occasione della retrospettiva che gli è stata dedicata, il Centro Pompidou sapeva che il pittore surrealista si era provato al genere nella sua gioventù?

 

A Figueras, nel 1916, il giovane Dalí ha allora circa dodici anni. Come molti bambini, scrive e disegna delle storie, Questi fogli anneriti sono destinati ad una sola lettrice, sua sorella minore Ana Maria, che egli cerca così di distrarre quando essa è malata. Dalí le offre a volte delle storie ad immagini, come quelle che troviamo all'epoca nei giornali illustrati, in Catalogna come altrove in Europa. È molto probabile che il giovane artista abbia ricopiato alcune pagine di queste riviste.

 

 

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Oggi conservate dalla Fondazione Gala-Salvador Dalí, queste opere ci sono note grazie al catalogo dell'esposizione Salvador Dalí: the early years che si tenne alla Hayward Gallery di Londra nel 1994 [2]. Esse fanno eco ai fumetti del giovane Sergueï  Sergueï Eisenstein e che datano pressappoco alla stessa epoca.

 

Nel 1935, Dalí si trova negli Stati Uniti dove la sua pittura comincia ad essere apprezzata. Egli realizza degli studi per un film che non sarà realizzato: Les Mystères surréalistes. [I Misteri surrealisti di New York]. Questo progetto si ispirava ad un serial di Louis Gasnier datante al 1915, Les Mystères de New York: una ricca ereditiera, aiutata da un detective, lotta contro un misterioso criminale chiamato "La Mano che Stringe" (The Clutching Hand) che ha assassinato suo padre e vuole le sue ricchezze.

 

Lavorando su questa versione allucinata del film muto, realizzò due belle pagine di disegni preparatori, tra storyboard e fumetto. Si sarà ricordato allora di quelle pagine che aveva disegnato, una ventina di anni prima, per sua sorella?

dali04.jpgSalvador Dalí, Studio per la scenografia di I Misteri surrealisti di New York, pagina 1, 1935. Fondation Suñol, Barcellona.

 

 

 

Antoine Sausverd

 

 

[Traduzione di Elisa Cardellini]


 

[1] Edmond Baudouin, Dalì par Baudoin, coedizione Centre Pompidou/éditions Dupuis, 2012. Vederem il dossier che il Cibdi dedica a cette incontro disegnato Dalì par Baudoin

 

[2] Michael Raeburn (dir.), Salvador Dalí : the early years, Thames & Hudson, Londres, 1994.


 

LINK al post originale:

De Figueras à New York, les bandes dessinées de Salvador Dalí

 

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31 dicembre 2012 1 31 /12 /dicembre /2012 06:00

I PROMESSI SPOSI


[SUPERCARTA-LA RONDINE 1966]

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Prima o poi doveva accadere... Potevamo omettere dalla notra trattazione protofumettistica, quella moderna e ancora attuale e cioè gli albi didattici di figurine? Ovviamente no, sarebbe stato un insulto alla storia della materia nonché ad una tradizione quasi secolare!

 

 

 

Nota tratta dal post originale:

L'album che presentiamo adesso illustra infatti un altro grande  capolavoro della Letteratura Italiana, e cioè I Promessi Sposi. Secondo Mencaroni-Valtolina, si tratta di un'efficace riduzione del capolavoro manzoniano,
"che riutilizza, colorandole, le  eccellenti immagini a suo tempo realizzate da F. Gonin per la prima edizione illustrata del romanzo (1840)" [Si tratta del disegnatore torinese Francesco Gonin (1808-1889), e dell'edizione prodotta  dai milanesi Guglielmini e Redaelli, in 113 dispense di 8 pagine ciascuna, dal novembre 1840 al gennaio 1843 - con prolungamenti, per certi fogli difettosi, fino all'autunno del 1845]. Album di ben 48 pagine (al solito, copertine incluse), formato 22,3 X 28,2, 247 figurine lucide, di formato 8,6 X 6,2 (orizzontali o verticali, e talvolta multiple), Ed.  Supercarta - La Rondine, Milano, 1966.

La serie di figurine è preceduta da una Nota Storica su Alessandro Manzoni, un'Introduzione, e una pagina storica dedicata alla città di Milano all'epoca della dominazione spagnola, corredata da una pianta topografica.
C'è da aggiungere un'ulteriore particolarità che lega quest'album al menzionato Dante Alighieri. Secondo la Dott.ssa Maria Teresa Rizzi, figlia del Rag. Giuseppe Rizzi, fondatore della casa editrice B.E.A., nonché ideatore e creatore in prima persona (con il solo prezioso aiuto della Sig.ra Rizzi) di tutti gli album da questa pubblicati
, diversi dei quali abbiamo già avuto modo di ammirare: «Mio padre dopo il 1961  [Vale a dire, dopo il bell'album dedicato al centenario dell'Unità  d'Italia che si trova al precedente punto N. 25.] proseguì e fece altri due album: "I promessi sposi" e "Dante Alighieri" con la casa editrice "La Rondine"». Due album particolarmente curati e ancor oggi godibilissimi, pertanto assai ricercati da amanti del mondo della figurina e non, che non avremmo mai immaginato potessero essere ricondotti all'ambito B.E.A.: grazie Rag. Rizzi anche per queste due ulteriori perle!
(Quest'album si riesce a presentare completo in virtù della sempre gentilissima collaborazione del Prof. Marco Mario Valtolina, a lui va ancora una volta tutta la nostra riconoscenza.)

 

 

 

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Recto e verso delle bustine contenenti le figurine di I Promessi sposi.

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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LINK all'opera originale:

I Promessi Sposi

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29 novembre 2012 4 29 /11 /novembre /2012 06:00

Come si diventa reazionari

o le palinodie di Agénor Pistochard

 

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Léonce Petit, Comment on devient réactionnaire ou Les palinodies d’Agénor Pistochard [Come si diventa reazionario o le palinodie di Agénor Pistochard], Le Grelot [Il Sonaglio], supplemento del 12 ottobre 1873. Fonte: Universitätsbibliothek Heidelberg – digi.ub.uni-heidelberg.de


 

di Antoine Sausverd

 

 

È sulle pagine della rivista Le Grelot (1871-1903), famosa per i suoi grandi disegni colorati in prima pagina, che abbiamo trovato questa storia ad immagini, la sola esistente sembra in questo giornale repubblicano [1]: Come si diventa reazionario o le palinodie di Agénor Pistochard venne pubblicato in quattro numeri nei supplementi dai numeri 131 a 135, tra il 12 ottobre e il 9 novembre 1873.

 

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Léonce Petit, Comment on devient réactionnaire, Le Grelot, supplemento del 19 novembre 1873.

Fonte: Universitätsbibliothek Heidelberg – digi.ub.uni-heidelberg.de


 

 

In queste quattro tavole, Léonce Petit (1839-1884) [2] ci narra il ribaltamento politico (le palinodie) del suo eroe Agénor Pistochard. Questo eterno studente, "fedele abituato dell'accademia dell'assenzio", coltivato alle idee politiche estreme che hanno più a che fare con l'ostentazione che con il reale convincimento: egli didegna Proudhon che trova reazionario e fustiga Gambetta di "moderatismo"... Proselita, Pistochard fa ritorno nella sua città natia. Sul posto, tenta di radicalizzare i repubblicanipiù in vista del caffè e scandalizza con il suo atteggiamento le brave persone; alcuni dei suoi parenti non osano più frequentarlo e nemmeno uscire di casa. "Giungendo agli ultimi eccessi", Agénor Pistochard fa danzare dei girotondi al popolino facendo loro cantare "Li ghigliottineremo, i signori proprietari/ li ghigliottineremo e poi li impiccheremo...".

 

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Léonce Petit, Comment on devient réactionnair, Le Grelot, supplementi del 26 ottobre 1873.
Fonte: Universitätsbibliothek Heidelberg – digi.ub.uni-heidelberg.de

 

 

Ma tutto cambia il giorno in cui il nostro eroe riceve una lettera dal notaio Mastro Maître Palognon. Presso quest'ultimo, Pistochard viene a sapere che ha ereditato una discreta fortuna. Uscendo tutto sognatedallo studio notarile, il nuovo ricco trova infine che "Proudhon ha non poco esagerato sostenendo: 'La prorietà è un furto'". Cambia allora completamente di atteggiamento: evita oramai i caffè, si veste in modo adeguato, visita le terre che ha ereditato, riceve gli omaggi dei suoi contadini... Presto arringa la popolazione del suo villaggio che egli "esorta alle sane dottrine e a non lasciarsi sviare dagli urlatori della demagogia", tratta da incendiari miserabili i suoi antichi compagni. Non frequenta oramai che la nobiltà e si parla di lui come candidato per le prossime elezioni.

 

 

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Léonce Petit, Comment on devient réactionnaire, Le Grelot, supplementi del 9 novembre 1873.
Fonte: Universitätsbibliothek Heidelberg – digi.ub.uni-heidelberg.de

 

 

Questa divertente satira dei costumi politici, in cui la sincerità delle ideologie si rivela alla prova del denaro, non ci appare, oggi, così stravagante... Léonce Petit è piuttosto un habitué di Le Journal amusant, per il quale disegna regolarmente dal 1863 sino alla sua morte nel 1884, e bisogna credere che la tonalità della storia di Agénor Pistochard è all'origine di questo scarto: Le Grelot, dalle opinioni politiche repubblicane e anti-reazionarie, è ben più virulento di Le Journal Amusant dell'epoca, più convenzionale. 

 

Dalla scena pittoresca alla narrazione grafica

 

Tuttavia, queste pagine non si discostano dalla vena cara a Léonce Petit: il disegnatore di Le Journal amusant ha fatto una specialità il dipingere, con un tenero umorismo, la vita in provincia e in campagna, quella delle piccole città e dei villaggi rurali, dei contadini e dei notabili locali. Come John Grand-Carteret ben sintetizza, l'opera di Petit è una "vera epopea grafica della vita rustica attraverso l aquale si vedono sfilare costumi, tipi e usanze delle brave persone di provincia" [3].

 

In questo genere, Petit si è innanzitutto fatto conoscere con la sua serie "Les Bonnes Gens de province", di grandi disegni rappresentanti scene della vita dei villaggi della sua epoca, per i quali l'aggettivo pittoresco non è sprecato. Piccolo abbozzo anche sotto la sua matita dei soggetti molto diversi come il ritorno dal mercato, il circolo letterario, gli appassionati del gioco di bocce, i pompieri all'esercitazione, l'esibitore di curiosità, la stazione della diligenza, la passeggiata del piccolo seminario, il notaio si facevano fare il ritratto, i briganti, l'audienza dal giudice di pace, la guardiana d'oche, ecc. Queste scene panoramiche sono sempre molto popolate e gli scenari che li inquadrano finemente osservati ed eseguiti.

 

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Léonce Petit, Les Bonnes Gens de province. Le retour du marché [Le Brave Persone di provincia. Il ritorno dal mercato, Le Journal amusant, 682 del 23 gennaio 1869. Fonte: Gallica.bnf.fr

 

 

A partire dal 1871, Léonce Petit traspone la sua cronaca campagnola in fumetto (bande dessinée): dà regolarmente, in molti suoi disegni, delle storie ad immagini chiamate "Histoires campagnardes" [Storie campagnole]. La forma di questi fumetti riprende quella di Le Grelot, ossia un'alternanza libera di grandi scene spesso inquadrate, nello stile di quelli della serie "Les Bonnes Gens de province", e di scenespoglie, concentrantesi su uno o più protagonisti [4]. Alc une righe di testi sottolineano i disegni. Per Émile Bayard, Léonce Petit "maneggia abilmente i suoi effetti combinati della penna e della matita, un'ironia rustica, molto finta, un modo di umorismo freddo (pince-sans-rire) [5].

 

Il Töpffer francese

 

 

Prima della guerra del 1870, Léonce Petit aveva giò tentato la letteratura grafica come discepolo applicato di Rodolphe Töpffer. Il disegnatore francese è infatti l'autore di una storia ad immagini, Les Mésaventures de M. Bêton [Le disavventure del signor Bêton], che fu pubblicata in Le Hanneton, da marzo 1867 ad agosto 1868 [6], data alla quale questa rivista fu proibita dalla censura. Petit terminò il suo racconto incompiuto completandolo con una decina di tavole, lo fece pubblicare alla fine del 1868 sotto forma di un albo per la Librairie internationale Lacroix.

 

Les Mésaventures de M. Béton non ha nulla a che fare con le "Histoires campagnardes": si tratta di un racconto avventuroso imitante, sullo sfondo così come nella forma, gli albi di letteratura in stampe disegnate da Töpffer (una pubblicité per l'uscita dell'albo afferma senza vergogna che l'allievo ha superato il maestro: "Mai Töpfer [sic] fece di meglio, e mancava del resto all'astuto Ginevrino quell'elemento parigino che L. Petit ha saputo mettere in mostra in modo così pungente", in Le Journal amusant, n° 673, del 21 novembre 1868.). L'albo narra delle bizzarre peripezie del signor Béton che, annoiandosi notevolmente e constatando il vuoto della sua esistenza, parte in viaggio a Parigi accompagnato dal suo cane e da un coccodrillo impagliato. Una pubblicità apparsa su L'Eclipse (n° 45, 29 novembre 1868) riassume la storia come segue: "Non è senza interesse che si seguirà il signor Béton, fare i suoi primi passi nel vizio e mentre tenta di sedurre una giovinetta - virtuosa forse - in un vagone della Compagnia dell'Est; poi mentre si fa portare in carcere evadendo soltanto per unirsi ad una truppa di saltimbanchi come uomo selvaggio; poi, mentre si lascia catturare dalla signorina Trognonette e trascinare al ballo dell'Opéra (vedere i disegni qui sotto), e mentre infine subisce, prima di far ritorno alla sua città natale, un gran numero di disavventure comiche che otteranno un successo di grandi risate presso persone grandi - e piccole".

petit-beton-eclipse06.jpgAnnuncio della pubblicazione di Mésaventures de M. Bêton [Le disavventure del signor Béton], L'Eclipse, n° 45, 29 novembre 1868. Fonte: Universitätsbibliothek Heidelberg – digi.ub.uni-heidelberg.de

 

 

L'influenza che ebbe il maestro ginevrino su Léonce Petit non si riduce a questo albo topfferiano. Essa si estende sino al disegno del disegnatore delle "Histoires campagnardes". Così, scrive Emile Bayard: "Conosciamo già questo tratto semplice, quella scrittua dal disegno esitante, senza ombre, senza luci, quel profilo chiaro, quel contorno magrolino, per averlo visto presso l'autore dei Voyages en zigzag [Viaggi a zigzag] [7]. E non è per nulla che Léonce Petit fu a volte soprannominato "il Töpffer francese"…

 

Come supplemento: "Les Histoires campagnardes" di Léonce Petit in Le Journal amusant

 

Durante la ventina d'anni (1863-1884) in cui collaborò al Journal amusant, Léonce Petit consegna alternativamente dei grandi disegni e delle storie ad immagini che proseguono molto spesso su diversi numeri. Il giornale riprende questi contributi per pubblicarli sotto forma di grandi albi all'italiana: cinque intitolati Les Bonnes gens de province, che raccolgono i suoi disegni, sono così apparsi a partire dal 1875; due portano il titolo Les Histoires campagnardes (di cui il primo data al 1877) raccolgono le sue storie ad immagini [8].

 

Avviso agli editori: Le "Histoires campagnardes" di Léonce Petit fanno parte delle Lacunes bande dessinée del CNL la cui ristampa può beneficiare di sovvenzioni non disprezzabili.

 

Ecco le storie ad immagini di Léonce Petit comparse in Le Journal amusant che si possono consultare tra i volumi della rivista digitalizzata da Gallica (1871-1877):


 

1871

« Une battue au loup » (n° 799 et 800, 23 e 30 dicembre 1971)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k61583396/f3.image

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k6158340v/f5.image

1872

« Le Mardi Gras dans une petite ville » (n° 807, 17 febbraio 1872)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k61583485/f2.image

 

« Le lutin de la Ferté-Loupière » (n° 827 e 830, 6 e 27 luglio 1872)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k61583789/f2.image

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k61583841/f2.image

 

« La légende du marchand de cochons » (n° 846 e 847, 16 e 23 novembre 1872)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k6158409d/f6

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k61584102/f4

 

1873 :

« Les quatorze travaux de Mathurin Piedagnel » (n° 860 e 864, 22 febbraio e 22 marzo 1873)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k61584243/f2

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k6158428r/f4

 

« Les tribulations du frère Fructueux » (n° 867 e 869, 22 e 26 aprile 1873)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k61584317/f2

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k61584332/f2.image


« Comme quoi Mélingé fut traité pour le choléra. Racontar médical » (n° 886, 23 agosto 1873)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k6158450k/f4.image

 

« Comme quoi Julien des Pois-Chiches rata son mariage » (n° 893 e 896, 11 ottobre e 1° novembre 1873)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k6158457g/f2.image

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k6158460z/f2.image

 

« L'habit vert » (n° 899 e 901, 22 novembre e 6 dicembre 1873)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k61584651/f2.image

 

1874

« L'œuf d'ânesse » (n° 906 e 908, 10 e 24 gennaio 1874)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5501324z/f2

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5501335r/f4

 

« Les vingt-cinq blouses de Joseph Manivelle » (n° 915, 14 marzo 1874)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5501353p/f3.image

 

« Une épidémie de santé » (n° 936 e 938, 8 e 22 agosto 1874)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5501461k/f3

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5501464t/f3

 

« La charette à Joson Touzé » (n° 947 e 948, 24 e 31 ottobre 1874)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5501540r/f2

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k55015415/f3

 

1875

« Le vœu à saint François ou La Générosité récompensée » (n° 959 e 961, 16 e 30 gennaio 1875)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5501644r/f4.image

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5501656z/f2.image

 

« Les ambitions d'Antoine Gorou » (n° 974, 976, 979 e 983, 1°, 15 maggio, 5 giugno e 3 luglio 1875)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k55017035/f4.image

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5501707t/f6.image

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5501714z/f6.image

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5501722h/f5.image

 

« L'usurier » (n° 991 e 992, 28 agosto e 4 settembre 1875)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5501739s/f4

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5501741v/f5

 

« Une cure radicale » (n° 1000 e 1003, 30 ottobre e 20 novembre 1875)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5501773t/f2.image

 

1876

« La mésaventure d'Athanase Robiquet » (n° 1022 e 1023, 1° e 8 aprile 1876)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5505708g/f2

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5505710j/f5

 

« Le retour de l'enfant prodigue » (n° 1037, 1039, 1040 e 1041, 15, 29 luglio, 5 e 12 agosto 1876)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k55057465/f2.image

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k55057480/f5.image

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k55057502/f2.image

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5505751g/f5.image


« La victoire de madame Boucarante » (n° 1048, 1051 e 1052, 30 settembre, 21 e 28 ottobre 1876)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5506591m/f5

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k55065958/f4

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5506596p/f5

 

« L'âne de M. le curé » (n° 1055, 1057 e 1058, 18 novembre, 2 e 9 dicembre 1876)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k55066004/f5.image

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5506604s/f4.image

 

1877

« La chique militaire » (n° 1067, 1068, 1069, 1070, 1073, 10, 17, 24 février, 3 e 24 marzo 1877)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5506617d/f3.image

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k55066197/f6.image

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5506620w/f2.image

 

« Le cochon conciliateur » (n° 1088, 1090 e 1092, 7, 21 luglio e 4 agosto 1877)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5506651f/f5.image

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5506657x/f2.image

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5506660d/f2.image

 

« Une vocation manquée » (n° 1102 e 1104, 13 e 27 ottobre 1877)

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k55066768/f2.image

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k55066783/f2.image 

 

 

 

 

NOTE  

 

[1] Su Le Grelot, leggere la notizia di Guillaume Doizy in Ridiculosa n° 18, "Les revues satiriques françaises", EIRIS, juin 2011.

 

[2] Questo pittore, incisore, caricaturista e illustratore fu allievo nei laboratori dei pittori Henri Harpignies e François Augustin Feyen-Perrin, ed espose regolarmente al Salon des beaux-arts de Paris. Oltre al Journal Amusant, Léonce Petit ha collaborato anche con La Lune, L'Eclipse, con Hanneton, con il Bouffon, al Monde Illustré, e anche con La Caricature. Ha scritto e illustrato molti volumi per i bambini: La vraie tentation de Saint-Antoine, di Paul Arène; L'Education musicale de mon cousin Jean Garrigou, di Léopold Dauphin e anche contes de Saint-Santin, del marchese Chennevières. Su Léonce Petit, si potrà leggere iol capitolo che gli ha dedicato Émile Bayard in La Caricature et les caricaturistes, Delagrave, Paris, 1900, p. 171-178. Vedere anche la nota del sito Au bon vieux temps de La Semaine de Suzette.

 

[3] John Grand-Carteret, Les mœurs et la caricature en France, Librairie Illustrée, Paris, 1888, p. 395-396.

 

[4] Sui fumetti disegnati da

  1. Sur les bandes dessinées de Petit, voir le chapitre que leur réserve David Kunzle, « Bourgeois versus peasant : The "Histoires campagnardes" of Léonce Petit (1872-1882) », dans son ouvrage de référence History of the Comic Strip. The nineteenth century (University of California Press, Berkeley, 1990, p. 147-174).
  2. Emile Bayard, La Caricature et les caricaturistes, Delagrave, Paris, 1900, p. 171.
  3. A la même époque, selon David Kunzle (op. cit.), Le Journal amusant (n° 603 à 605, des 20, 27 juillet et 3 août 1897) publia une histoire en images dessinée de Léonce Petit intitulée « Monsieur Tringle », d'après le roman éponyme de Champfleury.
  4. Emile Bayard, La Caricature et les caricaturistes, Delagrave, Paris, 1900, p. 172.
  5. Voir les publicités dans Le Journal amusant pour la parution des premiers albums Les Bonnes gens de province (1875) et Les Histoires campagnardes (1877).

 

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4 ottobre 2012 4 04 /10 /ottobre /2012 12:00

Aspettando Komikazen 2012: Riccardo Mannelli, un realista emozionale

 

 

 

Pistoiese, classe 1955, Mannelli è uno dei più grandi disegnatori satirici italiani. Attivo fin dagli anni settanta, si muove tra la sua produzione pittorica e la sua attività in campo editoriale. Ha collaborato con i principali periodici satirici italiani (Il Male, della cui cooperativa è stato tra i fondatori, Cuore, Boxer, Humor, Satyricon di Repubblica), con riviste a fumetti come Linus e Alter Linus, e con giornali e riviste come L’Europeo, la Stampa, Il Messaggero, Lotta continua, il  Manifesto. Attualmente collabora con La Repubblica e Il Fatto Quotidiano.
Dal 1995 coordina il Dipartimento di Illustrazione all’Istituto Europeo di Design, dove insegna Anatomia e Disegno dal vero. Ha pubblicato numerosi libri, tra i quali: “Nicaragua”, “Chilometri di chili”, “Eccetto me e la mia scimmia”, “Saldi di fine millennio” e “Carni Scelte”.

www. komikazenfestival. org/komikazen-2012/ospiti/riccardo-mannelli

Aspettando Komikazen 2012: Riccardo Mannelli, un realista emozionale >> LoSpazioBianco

La tua visione della realtà sembra muoversi su due binari paralleli: l’estremo realismo (direi quasi fotografico) della rappresentazione dei corpi umani e l’implicita visione grottesca innescata da questa stessa pratica. Come ti relazioni a e come gestisci questi due aspetti del tuo stile?
L’estremo realismo quasi fotografico di cui parli non mi riguarda, semmai ho una natura espressionista, io non mi sono mai lasciato sedurre da una fotografia, ho bisogno di vedere con i miei occhi, ho una sorta di sguardo tattile. E una voracità emotiva. La fotografia la uso come supporto di memoria e molto spesso la reinterpreto e la stravolgo completamente. Una foto che ho scattato da troppo tempo non mi dice più niente, non mi porta più l’odore, il suono, il senso tattile di una persona o di un luogo. Mi interessa tutto quello che è umano, è una splendida ossessione. Sono curioso di vite, di vissuti (sono stato un divoratore di biografie).
Io non ho uno stile, nel senso che non me ne sono mai costruito uno; io disegno come mi viene, di getto, senza impostare e soprattutto quasi sempre senza una idea precisa. Se quello che sto disegnando prende una strada sarcastica o grottesca mi lascio trasportare da questa intuizione emotiva, se viceversa prende forma un’altra intuizione il lavoro può assumere
un altro carattere, magari melanconico o struggente. Sono emozioni, non puoi (non devi) cercare di controllarle, rischi il cinismo. Io lavoro sulle emozioni reali, perché so che è tutto quello che ci interessa di una vita. Puoi dire che sono un realista emozionale.

Aspettando Komikazen 2012: Riccardo Mannelli, un realista emozionale >> LoSpazioBianco

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1 ottobre 2012 1 01 /10 /ottobre /2012 05:00

LA REGINA DI CUORI

 

 

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di Randolph Caldecott

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La Regina di Cuori

Ha preparato dei dolcetti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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In un giorno d'estate:


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il fante di cuori

rubò quei dolcetti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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E se li portò via.

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Re di Cuori

chiese quei dolcetti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[SEGUE]

 

 

[Traduzione di Paolo Casciola]

 

 

[A cura di Massimo Cardellini]

 

 

 

LINK all'opera originale:
The Queen of Hearth 

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22 agosto 2012 3 22 /08 /agosto /2012 05:00

L'affascinante versione delle Mille e una notte realizzata da Sergio Toppi, cioè il fumetto Sharaz-de, sul finire degli anni '70 e nei primi anni '80 e pubblicate sulla rivista alter alter, una costola della mitica rivista Linus, rappresenta sicuramente uno dei vertici della sua prolifica carriera. Sergio Toppi è nato a Milano l'11 ottobre 1932. Inizia molto presto al sua attività di illustratore collaborando con la Enciclopedia dei ragazzi. Si dedicherà ai fumetti nel 1969 pubblicando sul "Corriere dei Piccoli". Oltre a questa splendida serie di storie tratte ispirate alle Mille e una notte, sono da segnalare anche quelle della serie di Il Collezionista e le varie storie a sfondo fantastico apparse sempre su alter alter e ambientate in epoche diverse come ad esempio Rorotuap '43 Sacsahuaman, Little Big Horn 1875.

 

Pubblicate a puntate sulla rivista alteralter a partire dal numero di giugno del 1979, sono state raccolte nel volume Sharaz-de della Milano Libri Edizioni nel 1984 e ripubblicate più volte in diversi formati.
Ne esistono versioni differenti, sul volume Sharaz-de edito da Milano Libri l’unica storia a colori è Ho atteso mille anni mentre sulla rivista è stata pubblicata a colori anche Mudgiajd e il suo re ed infatti si può notare un’inchiostrazione delle tavole molto meno dettagliata e barocca per lasciare spazio alla successiva colorazione. Diverso è lo stile di colorazione di Ho atteso mille anni pensato e realizzato direttamente a colori e quindi disponibilie sono in questa versione.
A distanza di anni Toppi ha ripreso le vicende pubblicando nuove storie raccolte nel libro Sharaz-De Volume 2 (2005). I nuovi episodi sono tre, e cioè:

 
- La pietra
- Il tesoro di Yazid
- Dimmi perché, Signore.

 

 

 


 

 

Ho atteso mille anni

  

 

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[SEGUE]

 

 

 

[A cura di Massimo Cardellini]

 

 

 

LINK ad una versione video del presente lavoro:

Ho atteso mille anni

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18 agosto 2012 6 18 /08 /agosto /2012 05:00

"Tintin in Congo"

 

o la missione civilizzatrice della colonizzazione

 

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  Copertina dell'albo (versione 1946).

 

 

 

Tintin-Soviets.jpgHergé disegna e scrive Tintin au Congo [Tintin in Congo] nel 1930 e 1931. Si tratta del secondo albo delle avventure del reporter. L'idea viene all'abate Norbert Wallez, direttore del quotidiano Le vingtième siècle dove Hergé (alias Georges Remi) lavora dal 1925. Dopo aver scaraventato Tintin in Bolscevia Tintin au pays des Soviets [Tintin nel paese dei Soviet], Wallez convince il disegnatore ad interessarsi del Congo, l'unica, ma gigantesca colonia belga, un territorio 80 volte più grande di quello della piccola metropoli!

 

leopold_II.jpgLa colonizzazione fu del tutto particolare, una delle più selvagge e singolari del continente. A partire dall'ultimo quarto del XIX secolo, il re dei Belgi Leopoldo II pensa a ritargliarsi un territorio al centro dell'Africa equatoriale. Giocando tra le rivalità delle grandi potenze (Regno Unito, Germania, Francia), riesce ad ottenere il suo scopo verso la fine della conferenza di Berlino, nel 1885. Il bacino del Congo gli è attribuito a titolo personale. Solo limite per Leopoldo II, mantenere la libertà di navigazione e di commercio nel bacino del Congo, per le altre potenze europee. Le compagnie straniere non possono ottenere concessioni se non passando attraverso degli accordi con Leopoldo II.

 

Quest'ultimo intende sfruttare al meglio le ricchezze del suo nuovo bene, soprattutto l'avorio, poi il caucciù. Le deboli densità del Congo pongono molto presto il problema del reclutamento della manodopera. Il monarca risolve la difficoltà ricorrendo al reclutamento obbligatorio delle popolazioni, costrette al lavoro forzato. Il sovrano passa allora in Europa per un re filantropo. Nei fatti, utilizza i mezzi più crudeli per sfruttare al meglio il Congo. Le popolazioni locali sono obbligate a fornire con qualunque mezzo il caucciù alle milizie di Leopoldo. I refrattari, o coloro che non portano le quantità fissate anticipatamente, subiscono le peggiori violenze: incendi dei villaggi, mutilazioni, assassinii, quando le loro famiglie non sono prese in ostaggio!

 

Questo sfruttamento forsennato della colonia è infine denunciato da coraggiose indagini condotte da dei Britannici. Di fronte allo scandalo provocato dalla rivelazione delle violenze perpetrate a suo nome in Congo (non vi ha mai messo piede), Leopolodo II abbandona la sua succosa priorità, da cui riesce ancora a trarre profitto perché la vende al Belgio, nel 1908.

 

Ecco il quadro territoriale e storico nel quale si svolge Tintin au Congo. Il disegnatore, non si reca, anch'egli, direttamente in Congo. Per realizzare il suo lavoro, utilizza due fonti principali: l'assidua frequenza al Musée colonial di Tervueren, in Belgique, e anche Les silences du colonel Bramble [I silenzi del colonnello Bramble] di André Maurois (1918). Le sue scelte sono anche rappresentative della rappresentazione che allora si fanno numerosi Europei delle loro colonie e delle popolazioni colonizzate.

 

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Copertina di Tintin au Congo nell'edizione presses du Vingtième siècle.

 

 

Hergé dichiarerà a proposito dell'albo: "Per il Congo così come per Tintin au pays des Soviets, accade che ero nutrito dei pregiudizi dell'ambiente nel quale vivevo... Era il 1930. Non conoscevo di questo paese che ciò che le persone raccontavano all'epoca: "I negri sono dei bambinoni, per fortuna che ci siamo noi!", ecc. E li ho dissegnati, questi Africani, secondo quei criteri, nel puro spirito paternalistico che era quello dell'epoca in Belgio". Certo, conviene evitare l'anacronismo e non si tratta di esercitare una giustizia retrospettiva. Numerosi sostenitori della colonizzazione erano mossi da buone intenzioni. Ad esempio, un personaggio come come Jules Ferry era veramente ambiguo: al contempo imperialista e difensore dei diritti dell'uomo. Ma Hergé disegna il suo "Tintin" nel 1931, molto più tardi quindi. Il che ci mostra ad ogni modo l'evoluzione degli spiriti sulla questione della colonizzazione.

 

tintin_Herge3.jpgQuest'opera è rivelatrice della percezione che hanno numerosi Europei degli Africani. Sotto la matita del disegnatore, i Neri apparivano di volta in volta scansafatiche, puerili, gentili, stupidi e parlavano goffamente. L'albo è pieno di stereotipi tipici della visione che avevano dell'Africa gli Europei durante quest'epoca. Il che passa senza problema in un paese acquisito all'idea colonialista. Ciò non è stato percepito come razzismo, ma come paternalismo. Infatti, le conquiste coloniali europee avvengono in buona fede, Come spiegarlo? L'universalismo dei Lumi o dei missionari metodisti britannici è bilanciato nella seconda metà del XIX secolo dalle teorie "scientifiche" sulla classificazione delle popolazioni e l'ineguaglianza delle razze. Considerare le popolazioni indigene come arretrate o primitive permette di giustificare la missione "civilizzatrice". Se gli Africani o gli Asiatici sono dei bambinoni, allora è compito degli Europei educarli, porli sulla via della civiltà. Ora, lo si constata sfogliando "Tintin au Congo", questo discorso paternalista rimane valido almeno sino alla seconda guerra mondiale.

 

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Eppure, durante la stessa epoca, i viaggi in Congo (francese in questo caso) aprono gli occhi di numerosi Europei. André Gide con il suo Voyage au Congo [Viaggio in Congo] del 1927, Albert Londres in Terre d'ébène [Terra d'ebano] del 1928, denunciano gli abusi del sistema. Sono così spaventati dalle condizioni di lavoro e di esistenza sui cantieri del Congo Oceano, la linea ferroviaria costruita nel Congo francese che permette di far uscire dall'isolamento il territorio rendendo possibile l'esportazione delle sue risorse. Nel settimanale Voilà, nel 1932, un compatriota di Hergé, Georges Simenon, denuncia violentemente i metodi coloniali del suo paese in "l'heure nègre".

 

Bisogna dire che Hergé è al contempo cattolico, nazionalista e conservatore. Fedele al suo mentore, afferma che devetutto all'abbate Wallez, un personaggio vigoroso, al contempo antiocomunista, antisemita e ammiratore di Mussolini. Hergé ammetterà che era "fascisteggiante". In breve, senza essere fascista egli stesso, il giovane Hergé gravita intorno agli ambienti dell'estrema destra nazionalista. Quando esce Tintin au Congo, nel 1931, il sistema coloniale appare al suo apogeo. Lo stesso anno, in Francia, l'esposizione coloniale riporta un successo colossale. Le metropoli hanno potuto soprattutto misurare l'apprezzabile apporto delle truppe coloniali durante la prima guerra mondiale. Dall'altra, l'intensa propaganda coloniale comincia a portare i suoi frutti.

 

Lo sguardo europeo sul mondo dominato non evolve che lentamente. Le opinioni pubbliche restano in ampia parte colonialiste sino alla seconda guerra mondiale (propaganda, esposizioni coloniali). Il che non significa tuttavia che la curiosità non abbia il suo posto in questo interesse per le colonie come lo prova lo sguardo degli intellettuali e degli artisti che vi si interessano: Matisse, Picasso si appassionano per la statuaria africana, Malraux, tra gli altri, ritorna affascinato dal suo viaggio in Indocina.

 

All'indomani della seconda guerra mondiale, senza rinnegarsi, il disegnatore corregge i suoi albi e rettifica a volte il tiro. Così, egli denazionalizza il suo eroe nelle sue avventure in Congo. Sempre meno Belga, il giovane reporter è sempre di più Europeo.

 

Il corso di storia sul Belgio, delal versione originale (1931), si trasforma in un corso di aritmetica nella versione del 1946.

 

Si devono in gran parte  queste evoluzioni a Casterman, l'editore di "Tintin", che effettua una censura per timore di suscitare dei sommovimenti. Anticipando il principio di precauzione, per tutto un periodo, l'editore non ristampa "Tintin in Congo" per timore dei terzomondisti europei. Di fatto, nel corso degli anni sessanta, l'albo incriminato è relativamente dimenticato.

 

Dopo aver presentato il quadro generale dell'elaborazione e della ricezione dell'albo, tentiamo di occuparci dell'opera stessa. Il fumetto permette di identificare le missioni civilizzatrici che pretendono di compiervi i metropoliti. Si tratta anche di una testimonianza dello sguardop che numerosi Europei portano sulle popolazioni indigene.

 

 

EDUCARE

 

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Il 28 luglio 1885, nel suo famoso discorso davanti ai deputati, Jules Ferry evoca la "missione civilizzatrice" dell'Europa. "Ripeto che vi è per le razze superiori un dovere per esse. Esse hanno il diritto di civilizzare l erazze inferiori". Conviene dunque di "illuminare" queste popolazioni. Questa educazione passa attraverso l'apprendimento della lingua, ma anche della storia, ma non una qualsiasi, quella della metropoli. Così in Belgio come in Francia, l'obiettivo delle autorità resta l'assimilazione delle popolazioni colonizzate. In questa ottica, esse non devono dunque nulla ignorare del passato delle loro rispettive metropoli. In Africa occidentale francese, i bambini si interessano ai loro "antenati i Galli". Tintin, in quanto a lui, si rivolge ai suoi allievi, non senza condiscendenza ("Miei cari amici") e prosegue: "(...) vi parlerò ora della vostra patria: il Belgio". Il suo corso si interrompe presto, perché un leopardo penetra in classe. Si noterà di sfuggita che, lungi dal disertare, il buon Tintin è pronto al sacrificio. È responsabile dei suoi allievi che egli deve difendere ad ogni costo, anche a costo del sacrificio della vita. Questo è anche un modo per il disegnatore di evidenziare l'abnegazione dei coloni che danno il meglio di sé per le colonie, ad immagine della madrepatria. sempre prodiga nei confronti del suo impero o delle sue colonie.

 

All'epoca, l'insegnamento elementare è a volte dispensato nelel lingue indigene, ma l'insegnamento secondario e superiore è sempre effettuato nella lingua del colonizzatore. C'è una volontà di acculturazione delle popolazioni, e soprattutto delle elite (quest'ultime rivolgeranno d'altronde spesso i valori della metropoli contro di essa). La difficile padronanza del francese e gli errori di sintassi abbondano sulla bocca dei Congolesi nel fumetto. Essi si esprimono malisimo un soggetto di beffa classico di cui Hergé non si priva. In contrasto, il cane, dotato della parola (il che è in sé sorprendente) si esprime molto meglio degli Uomini.

 

L'estratto che segue è tratto da un manuale dei frati di San Gabriele, del Congo belga, nel 1937 vale senz'altro ogni spiegazione. È importante sapere che quest'opera era redatta in lingala, la lingua vernacolare più usata in Congo. Si tratta qui di una lezione intitolata "Congolese": "Il Congo è un grande paese che racchiude la foresta e delle acque. Dio vi ha posto molte bestie per nutrire gli uomini. I Neri vivono in Congo. Un tempo erano dei selvaggi, ma attualmente la loro intelligenza si è sviluppata, rapidamente. Noteremo che molto denaro esce dalle mani dei lavoratori. Alcuni Neri sono capaci di acquistare una bicicletta o una macchina da cucire. Ma le ricchezza della terra è vana davanti a Dio. I sacerdoti sono giunti tra i Neri per insegnare ai selvaggi la fede in Dio. Molti Neri si sono convertiti al loro insegnamento. Ecco perché incontriamo molti buon cristiani in Congo. I sacerdoti curano l'anima dei Neri; dei medici curano il corpo dei malati. A dire il vero, la terra del Congo sta progredendo sulla via dell'educazione. Rendiamo grazie a Dio per aver inviato dei Belgi nel nostro paese".

 

Ricordiamo per terminare su questo punto che non si deve esagerare l'importanza di questa scolarizzazione che riguardò sempre una molto bassa percentuale di bambini. Così, secondo Bernard Droz, alla fine degli anni 30 del XX secolo, il tasso di scolarizzazione non raggiungeva che il 4% in Africa orientale francese e l'1% in Africa equatoriale francese. Senz'altro, le cifre per il Congo belga dovevano essere vicine.

 

 

GIUDICARE E PACIFICARE

 

 

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Diverse volte, possiamo vedere Tintin profferire dei giudizi allo scopo di chiudere delle divergenze che oppongono tra di loro le popolazioni indigene. Come il saggio Salomone, non trova nulla di meglio di tagliare in due un cappello allo scopo di soddisfare due uomini che se lo contendono. Quest'ultimi partono soddisfatti per il verdetto reso, anche se la loro metà di cappello non è loro di alcuna utilità. Allo stesso modo, lo vedremo poco dopo, è Tintin che riporta la pace e permette di mette di porre un termine alle contese interne che minano la regione. Certo gli Europei formano degli ausiliari "indigeni" che li aiutano e li assecondano nei loro compiti amministrativi. Ora, come ricorda Jean-Pierre Chrétien: "Infine il 'buon Africano'", quando si legge la letteratura coloniale, è quello che rimane nel suo villaggio con il suo capo tradizionale. Gli altri, precisano coloro che "evolvono", sono considerati come degli sradicati, persone che mentono, creatori di torbidi".

 

CURARE

La medicina tradizionale, ampiamente imbevuta di superstizione, si rivela capace di combattere le malattie, che colpiscono le popolazioni congolesi. Al contrario, il saper fare di Tintin fa meraviglie e permette di rimettere in piedi in poco tempo il malato che era sino a quel momento nelle mani di un ciarlatano.

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 In quest'ultimo campo, le realizzazioni delle autorità coloniali non sono trascurabili. In parallelo con l'azione dei missionari, partecipano ai progressi dell'igiene e della medicina e contribuiscono così a che la popolazione indigena si accresca notevolmente (per lo meno passate le terribili ecatombe legate al lavoro forzato in Africa centrale). Bisogna dire anche che queste innovazioni interessavano i colonizzatori per la loro propria salute. Delle inchieste sono condotte sulle epidemie, le scoperte nella lotta contro il paludismo o la malattia del sonno, permettono inoltre di legittimare la colonizzazione.

 

PORRE AL LAVORO O LA GIUSTIFICAZIONE DEL LAVORO FORZATO

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L'idea che "l'Africano" si compiaceva nell'ozio, che fosse naturalmente pigro ha preso corpo quando gli Europei hanno voluto utilizzare la sua forza lavoro nel quadro della tratta dei Neri. Lo stereotipo si sviluppa durante il periodo coloniale. Sin dall'inizio della conquista, gli Stati colonizzatori ebbero bisogno di manodopera per il trasporto, per l'esecuzione di lavori distruttura. Le dure condizioni di lavoro, molto poco remunerate, non attirarono affatto gli agricoltori locali. Così, i governi coloniali utilizzarono diversi mezzi per ottenere i lavoratori di cui avevano bisogno. Il sistema delle prestazioni si accompagnò con numerosi abusi. La manodopera essendo sempre insufficiente, l'amministrazione ricorse al lavoro forzato. In queste condizioni, si capisce il poco zelo delle popolazioni sfruttate. Orbene, numerosi colonizzatori giustificarono l'impiego del lavoro forzato attraverso la necessità di civilizzare gli Africani.

 

Così, Jean Brunhes Delamarre, nella sua opera La France dans le monde, ses colonies, son empire (1939) scrive in conclusione del suo capitolo dedicato all'Africa nera: "La Francia ha cominciato con il seguire una politica alimentare. Sino al nostro arrivo, tranne forse in Senegal, gli indigeni non si nutrivano che attraverso dei prodotti di raccolta. Ora essi coltivano più regolarmente dei campi, e in molte regioni, avendo in tal modo dei viveri a sufficienza, si nutrono meglio. Ma si è dovuto spesso vincere la forza d'inerzia del Nero. È sottoalimentato, proporgli gratuitamente delle semenze di paddy bastava? È in miseria, cercare semplicemente di alleviarlo bastava? Non è meglio, per la sua propria dignità. costringerlo al lavoro aspettando che abbia ripreso il gusto dello sforzo e la pratica dei buoni metodi culturali?".

 

DIRIGERE E AMMINISTRARE

 

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In questa tavola, Tintin è quello che trova la soluzione al problema rimorchiando, grazie a una bella automobile europea, la locomotiva in avaria. La sua ingegnosità e la sua abilità nel cavarsela richiamano gli indigeni. Questi ultimoi, manifestamente impressionati, propongono essi stessi al giovane reporter di incontrare il capo locale. Quest'ultimo invita allora Tintin ad una delle sue battute di caccia.

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In fondo, anche quando è sfruttato da un colono, in ogni caso un Bianco, l'indigeno, sottomesso, si rivolge automaticamente verso un altro bianco, come se avesse integrato la sua incapacità a trovare una soluzione ai suoi problemi. Qui sopra, il ragazzino è umiliato sino in fondo poiché è Milou, un semplice cagnolino, a ricondurlo alla ragione. Paternalista, ricorda al bambino di trovarsi in buone mani, quelle del colonizzatore. Non può dunque succerdergli nulla di cattivo.

 

IL DIVARIO TECNOLOGICO

 

Molti disegni diffondono l'idea che la "civiltà europea" rappresenta UN modello indispensabile da seguire. Numerose tavole permettono di sottolineare la superiorità tecnologica europea. Quando un treno urta la vettura di Tintin, è esso a deragliare e non l'automobile (il che accade piuttosto raramente nella realtà!!!).

 

Qui sotto ancora, gli equipaggiamenti del capo locale sono poco affidabili o mal utilizzati.

 

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Una sola soluzione possibile in tal caso, utilizzare le conoscenze e la tecnologia europee per trionfaresu altri potentati locali (come qui sopra). Questo modo di presentare le popolazioni indigene è ricorrente nell'albo. Gli Africani scimmiottano il modo di vita degli Europei in modo particolarmente grottesco.

 

DELLE POPOLAZIONI BELLICOSE

Il che ci porta a evocare un'altra banalità ripetuta molte volte: le popolazioni autoctone sono bellicose e pasano il tempo a distruggersi in interminabili guerre civili.

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In fondo, soltanto il senso della diplomazia e della meditazione degli Europei per metetrà di ricondurre una parvenza di calma tra i capi della tribù. Il fatto che la grande guerra abbia distrutto l'Europa, la cui storia è costellata da numerosi conflitti mortali, sembra allora ben presto passato sotto silenzio.

 

I MISSIONARI COME CIRCUITI ATTIVI DELL'AMMINISTRAZIONE COLONIALE

 

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I missionari propagano il cristianesimo. La loro azione è anche sociale: riscatto di schiavi, fondazione di orfanotrofi e di ospizi, lotta per la monogamia. Essi condividono con l'amministrazione coloniale l'insegnamento e l'azione medica (veder più sopra).

 

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Corso di cucitura in una scuola di suore della carità a Nsona-Mbata, Congo belga, 1910.

 

LA CONSACRAZIONE

 

Delle popolazioni, coscienti dei loro limiti, che accettano il dominio del Bianco. Esse si pongono sotto la ferula, ferma ma giusta, di Tintin. Quest'ultimo diventa un riferimento insuperabile in materia di bontà, di efficacia, di ingegnosità. Anche Milou diventa un modello per i cani congolesi, che apparterebbero dunque, anch'essi, a delle razze inferiori" di canidi... Le popolazioni dedicano anche un vero culto al giovane reporter e al suo fedele compagno, modo di evidenziare la credulità di popolazioni superstiziose, che si prostrano davanti ai loro nuovi idoli.

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Infine, e per essere del tutto onesti, non omettiamo l'ultima piroetta del fumetto. Infatti, l'autore lascia intendere che i veri cattivi sono gli Occidentali, ad ogni modo alcuni di loro, dipinti con i tratti di orrendi mafiosi che si dedicano al saccheggio dell'Africa. Ricordiamo anche le prese di posizioni terzomondiste di Hergé nei suoi albi successivi.

 

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Tutto ciò non potrebbe tuttavia cancellare l'impressione d'insieme. Anche nella sua versione del 1946, Hergé propone una visione particolarmente paternalista, addirittura razzista, del mondo coloniale. Questi ultimi anni, delle lamentele sostenute da associazioni o da privati nel Regno Unito, in Belgio e in Francia, mirano a vietare il fumetto, o in ogni caso a censurarlo. Ci si può interrogare circa l'opportunità di tali iniziative. Giudicare il contenuto di un'opera non ha senso se non la si pone nel contesto della sua epoca.

 

[Traduzione di Massimo cardellini]

 

 

Fonti:

 

P. Assouline : "Le siècle de Tintin grand reporter", L'Histoire, n° 317, février 2007.  

Entretien avec J.P. Chrétien. Les collections de l'Histoire. 

Un regroupement de documents sur le site Strabon: "Quelle éducation pour les colonisés?". 

Bernard Droz: La fin des colonies françaises, Découvertes Gallimard, 2009.

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