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21 aprile 2012 6 21 /04 /aprile /2012 14:00

Il Ventesimo Secolo

La vita elettrica

 

 robida, vie electrique

 

 

Illustrato con 54 disegni dell'autore.

Riproduzione del testo e delle illustrazioni apparse sulla rivista  La Science Illustrée


 

robida-01.jpgI. L'incidente del grande serbatoio di elettricità N.- Il disgelo artificiale.- Il grande Philox Lorris espone a suo figlio il suo mezzo per combattere in lui un fastidioso atavismo.- Ammonizioni telefonoscopiche interrotte.

 

 

 

Nel pomeriggio del 12 dicembre 1955, in seguito ad un piccolo incidente la cui causa è rimasta ignota, una violenta tempesta elettrica, un uragano, secondo il termine consacrato, si scatenò su tutto l'ovest dell'Europa e arrecò, in mezzo alle perturbazioni della vita generale, molte cose inattese per alcune persone che presenteremo più in là.

 

Delle nevicate erano cadute in grandi quantità da due settimane, ricoprendo tutta la Francia, tranne una piccola zona del Mezzogiorno, di uno spesso tappeto bianco, magnifico ma molto fastidioso. Secondo l'usanza, il Ministero delle vie e comunicazioni aeree e terricole, ordinò un disgelo artificiale e la postazione del grande serbatoio di elettricità N (dell'Ardèche) incaricato dell'operazione, riuscì in meno di cinque ore a sgombrare tutto il nord-ovest del continente di questa neve, il lutto bianco che la natura un tempo potava per settimane e mesi, gli orizzonti già tanto rattristati dalle livide brume dell'inverno.

 

La scienza moderna ha posto di recente nelle mani dell'uomo dei potenti mezzi d'azione per aiutarlo nella sua lotta contro gli elementi, contro la stagione rigida, contro quell'inverno di cui un tempo bisognava subire con rassegnazione tutti i rigori, chiudendosi e blindandosi nelle proprie abitazioni, accanto al fuoco. Oggi gli Osservatori non si accontentano più di registrare passivamente le variazioni atmosferiche, attrezzati per la lotta contro le variazioni intempestive, essi agiscono e correggono per quanto possibile i disordini della natura.

 

Quando i venti feroci ci soffiano il freddo delle banchise polari, i nostri elettrici dirigono contro le correnti aeree del Nord delle contro correnti più forti che li inglobano in un nucleo di ciclone fittizi e li conducono a riscaldarsi al di sopra dei  diversi sahara d'Africa, d'Asia e di Oceania, così sono state riconquistate le sabbie di Nubia e le infuocate Arabie. Allo stesso modo quando il sole estivo riscalda le nostre pianure e fa bollire dolorosamente i cittadini, delle correnti fittizie stabiliscono tra noi ed i mari glaciali, una circolazione atmosferica rinfrescante.

 

Per sfortuna nell'operazione di disgelo condotta rapidamente dalla postazione centrale elettrica 17, proprio nel momento in cui tutto era felicemente terminato si produsse una fuga al grande Serbatoio con una tale rapidità che il personale nulla poté salvare se non due dei sedici settori e che una perdita enorme, una formidabile deflagrazione ne seguì. Era un uragano che iniziava, una di quelle tempeste elettriche come se ne scatenano alcune ogni anno nei centri elettrici, aggirando ogni sicurezza e precauzione.

 

Dobbiamo abituarcisi così come ai mille incidenti gravi o minori ai quali siamo esposti evolvendoci attraverso le estreme complicazioni della nostra civiltà ultrascientifica. L'uragano generandosi dalla postazione 17 seguì dapprima una linea capricciosa lungo la quale un certo numero di persone che telefonavano furono folgorate o paralizzate, poi la corrente  impazzita attirando a sé con una forza irresistibile delle elettricità latenti, assunse un rapido movimento rotatorio alla maniera dei cicloni naturali, provocando ancora numerosi incidenti nelle regioni da essa attraversata e gettando nella vita generale una pertubazione disastrosa, che sarebbe terminata presto da qualche piccolo violento cataclisma regionale se, sin dal primo minuto, gli apparati di captazione delle regioni minacciate non fossero state poste in opera. Ma gli elettricisti vigilavano e come d'abitudine, dopo alcuni disastri più o meno gravi, l'uragano doveva abortire ed la "corrente impazzita" captata e canalizzata prima dell'esplosione finale.

 

robida-Vie02.jpgA Parigi, in una sontuosa dimora del XLII dipartimento, sulle alture di Sannois, un padre era intento a rimproverare con veemenza suo figlio quando scoppiò l'uragano. Questo padre non era altri che il famoso Philoxène Lorris,il grande inventore, l'illustre ed universale uomo di scienza, il più grande la più grande testa dtra tutte le più grandi teste delle industrie scientifiche.

 

Siamo con Philoxène Lorris ben lungi da quel buono e timido uomo di scienza con vecchi occhiali di un tempo. Grande, grosso, rubicondo, barbuto, Philoxène Lorris era un uomo dal fare deciso, dal gesto pronto e netto, dalla voce rude. Figlio di piccoli borghesi vivacchianto o meglio vegetanti in pace con le loro 40.000 libbre di rendita, egli si era fatto da sé. Risultato primo alla Scuola politecnica dapprima ed in seguito dall'International scientific industrie Institut, egli si rifiutò di accettare le offerte di un gruppo di finanzieri che gli proponevano di impegnarsi seguendo la forma consacrato e si mise decisamente in proprio per dieci anni con quattromila azioni da 5.000 franchi l'una, le quali, sulla sua reputazione furono tutte rilevate il giorno stesso dell'emissione.

 

Con i svariati milioni della Società, Philoxène Lorris fondò presto una grande fabbrica per lo sfruttamento di un importante affare studiato e ristudiato da lui a puntino con amore ed i cui benefici furono così considerevoli, che sulla grande parte che si era riservato con l'atto di fondazione, fu in grado di riacquistare le azioni della commandita prima della fine del quarto anno. I suoi affari assunsero sin da allora un esito prodigioso, creò un laboratorio di studi ammirevolmente organizzato, si circondò di collaboratori di prim'ordine e lanciò uno dopo l'altro una dozzina di affari enormi basati sulle sue invenzioni e scoperte.

 

Onori, glorie, denaro, tutto giungeva insieme al felice Philoxène Lorris. Di denaro, ne occorreva per le sue immense imprese, per le sue numerose agenzie, per le sue fabbriche, i suoi laboratori, i suoi osservatori, i suoi stabilimenti di prova. Le imprese operative fornivano i fondi necessari per le imprese di ricerca. In quanto agli onori, Philoxène Lorris era lungi dal disdegnarli; fu ben presto membro di tutte le Accademie, di tutti gli istituti, dignitario di tutti gli ordini, sia della vecchia Europa, della molto matura America quanto della giovane Oceania.

 

La grande impresa dei Tubi in carta metallizzata (Tubic-Pneumatic-Way) di Parigi-Pechino valse a Philoxène Lorris il titolo di mandarino con bottone di smeraldo in Cina  quello di duca di Tiflis in Transcaucasia. Era già conte Lorris nella nobiltà creata negli Stati Uniti d'America, barone in Danubio e ancora altre cose altrove, e benché fosse soprattutto fiero di essere Philoxène Lorris, non dimenticava mai di alignare, all'occasione, l'interminabile serie dei suoi titoli perché la cosa appariva ammirevole sui manifesti.

 

Benché immerso sino al collo nei suoi studi e affari, Philoxène Lorris, a forza di attività, trovava il tempo di godere della vita e di dare alla sua esuberante natura tutte le vere soddisfazioni che l'esistenza può offrire all'uomo retto e saggiamente equilibrato. Essendosi sposato tra due scoperte o invenzioni, aveva un figlio, Georges Lorris, quello che, il giorno dell'uragano, troviamo a fare la ramanzina.

 

Georges Lorris è un bel ragazzo di ventisette o vent'otto anni, alto e robusto come suo padre, dall'aspetto deciso, e che ha come segno distintivo dei forti mustacchi biondi. Percorre la camera in lungo e in largo e risponde a volte con una voce gradevole e divertita ai rimproveri di suo padre.

 

Quest'ultimo non è lì, è molto lontano, a 300 leghe, nella casa dell'ingegnere capo delle sue miniere di vanadio delle montagne della Catalogna, ma compare sullo schermo di cristallo del telefonoscopio, questa ammirabile invenzione, fondamentale miglioria del semplice telefonografo, apportata di recente al suo massimo livello di perfezione da Philoxène Lorris stesso. Quest'invenzione permette non soltanto di conversare a lunghe distanze, con ogni persona collegata elettricamente alla rete di fili che percorrono il mondo, ma anche di vedere quest'interlocutore nel suo ambiente particolare, nella sua distante abitazione. Felice soppressione dell'assenza, che è la felicità delle famiglie spesso disperse per il mondo, nella nostra epoca indaffarata e tuttavia sempre riunita la sera al centro comune, se esse vogliono, mentre cenano insieme a tavoli diversi, molto distanti tuttavia formando quasi una tavola familiare.

robida-03.jpg

 

Sullo schermo del tele, abbreviazione comune del nome dello strumento, Philoxène Lorris compare, mentre sta percorrendo la sua camera, un sigaro tra i denti e le mani dietro la schiena. Parla.

 

"Ma insomma, mio caro," dice, "Ho avuto un bel da fare nello scaldare e surriscaldare il tuo cervello per far di te cio che io, Philoxène Lorris, ero in diritto di pretendere e reclamare, e cioè un prodotto di alta cultura, un Lorris raffinato, perfezionato, ed ecco quel che tu mi offri come figlio: un Georges Lorris, bravo ragazzo, ne convengo, intelligente, non sostengo certo il contrario, ma ecco tutto... semplice tenente dell'artiglieria chimica a... qual è la tua età?

 

-Ventisette anni, ahimè, rispose Georges con un sorriso girandosi verso lo schermo del telefonoscopio.

 

— Non sto scherzando, cerca un po' di essere serio, disse con vivacità Philoxène Lorris aspirando con forza qualche tirata dal suo sigaro. Il tuo sigaro è spento, disse il figlio, non ti posso offrire un fiammifero, sei troppo distante...

 

— Insomma, ricominciò il padre, alla tua età, avevo già lanciato i miei primi grandi affari, ero già il famoso Philox-Lorris, e tu, tu ti accontenti di essere un figlio di papa, tu ti lasci tranquillamente trasportare dal flusso della vita... Cosa sei grazie a te stesso? Laureato in nulla, uscito da grandi scuole e, per il momento, semplice tenente nell'artiglieria chimica...

 

— Ahimè, ecco tutto! fece il giovane, mentre suo padre, nello schermo del telefonoscopo, volgeva con rabbia le spalle e se ne andava in fondo alla sua camera; ma è colpa mia se hai scoperto o inventato, sono venuto troppo tardi in un mondo troppo ben fornito, non ci hai lasciato nulla da scoprire, a noi!

 

— Andiamo, su! Non siamo che ai primi balbettamenti della scienza, il secolo prossimo si befferà di noi..., ma non divaghiamo... Georges, ragazzo mio, sono desolato, ma così come sei,non mi sembri affatto pronto a riprendere, ora che i tuoi anni di servizio obbligatorio sono terminati, il proseguimento dei miei lavori, e cioè a dirigere il mio grande laboratorio Philox-Lorris, dalla reputazione universale e le duecento aziende o imprese che sfruttano le mie scoperte...

 

— Vuoi dunque ritirarti dagli affari?

 

— Mai! esclamò il padre con energia, ma intendo associarti seriamente ai miei lavori, procedere con te alla scoperta, cercare con te, scavare, trovare... Cosa ho fatto in confronto a quanto avrei potuto fare se avessi due io per pensare e agire... Ma, mio buon amico, non puoi essere questo secondo io... È deplorevole!... Ahimè! Non sono preoccupato

 

 

 

 

 

 

 

second moi... C'est déplorable!... Hélas! Je ne me suis pas préoccupé jadis des influences ataviques, je ne me suis pas suffisamment renseigné jadis... 0 jeunesse! Moi, n°1 d'International-scientific-industrie-Institut, j'ai été léger ! Car, mon pauvre garçon, je suis obligé d'avouer que ce n'est pas tout à fait ta faute si tu n'as point la cervelle suffisamment scientifique, c'est parbleu bien la faute de ta mère... ou plutôt d'un ancêtre de ta mère... j'ai fait mon enquête un peu tard, j'en conviens et c'est là que je suis coupable. J'ai fait mon enquête et j'ai découvert dans la famille de ta mère...

 

— Quoi donc? dit Georges Lorris intrigué.

 

— A trois générations seulement, en arrière... une mauvaise note, un vice, une tare...

 

— Une tare?

 

— Oui, son arrière-grand-père, c'est-à-dire ton trisaïeul à toi, fut, il y a 115 ans, vers 1840, un...

 

— Un quoi? Que vas-tu m'apprendre? Tu me fais peur!

 

— Un artiste! » fit piteusement Philox-Lorris en tombant dans un fauteuil.

 

Georges Lorris ne put s'empêcher de rire avec irrévérence et devant ce rire son père bondit furieusement dans le téléphonoscope.

 

« Oui! un artiste ! s'écria-t-il, et encore un artiste idéaliste, nébuleux, romantique, comme ils disaient alors, un rêveur, un futiliste, un éplucheur de fadaises !... Tu penses bien que je me suis renseigné... Pour connaître toute l'étendue de mon malheur, j'ai consulté nos grands artistes actuels, les photo-peintres de l'Institut... Je sais ce qu'il était, ton trisaïeul! N'aie pas peur, il n'aurait pas inventé la trigonométrie, ton trisaïeul !,.. Il n'eut à sa disposition qu'une cervelle légère et vaporeuse évidemment, comme la tienne, car c'est de lui que tu tiens cette inaptitude aux sciences positives que je te reproche. 0 atavisme! voilà de tes coups! Comment annihiler l'influence de ce trisaïeul qui revit en toi? Comment le tuer, ce scélérat? Car tu penses bien que je vais lutter et le tuer...

 

— Comment, tuer un trisaïeul mort depuis plus de cent ans? fit Georges Lorris en souriant, tu sais que je vais défendre mon ancêtre, pour lequel je ne professe pas le même superbe dédain que toi...

 

— Je veux le détruire, moralement bien entendu, puisque le scélérat qui vient ruiner mes plans est hors de ma portée, mais je veux combattre son influence malheureuse et la dominer... Tu penses bien, mon garçon, que je ne vais pas t'abandonner, abandonner ma race !... Certes non ! Je ne puis pas te refaire, hélas, je ne peux pas te remettre, comme j'y avais songé, pour cinq ou six ans, à Intensive-Scientific-Institut...

 

— Merci, fit Georges avec effroi, j'aime mieux autre chose...

 

— J'ai autre chose, et mieux, car tu ne sortirais pas beaucoup plus fort... Voyons ce meilleur plan?

 

— Voici! Je te marie ! Je nous sauve par le mariage !

 

— Le mariage! s'écria Georges stupéfait.

 

robida-04.jpg— Attends ! un mariage étudié, raisonné, où j'aurai mis toutes les chances de notre côté! Il me faut quatre petits-enfants, de sexe quelconque - garçons si possible, j'aimerais mieux - enfin, quatre rejetons de l'arbre Philox-Lorris : un chimiste, un naturaliste, un médecin, un mécanicien qui se compléteront l'un par l'autre et perpétueront la dynastie scientifique Philox-Lorris... Je considère la génération intermédiaire comme ratée...

 

— Merci !

 

— Absolument ratée! C'est une non-valeur, un resté pour compte. Je laisse donc de côté cette génération intermédiaire, et je m'arrange pour durer jusqu'au moment de passer la main à mes petits-enfants. Voilà mon plan! Je vais donc te marier...

 

— Peut-on savoir avec qui? Ça ne te regarde pas. Je ne sais pas encore moi-même. Il me faut une vraie cervelle scientifique, assez mûre , autant que possible, pour avoir la tête débarrassée de toute idée futile !... »

 

Georges se disposait à répondre lorsque se produisit la première secousse électrique due à l'accident du réservoir 17. Georges tomba dans son fauteuil et leva vivement les jambes pour éviter le contact du plancher qui transmettait de nouvelles secousses. Son père n'avait pas bronché.

 

« Écervelé! lui cria-t-il, tu n'as pas tes semelles isolatrices et tu évolues comme cela dans une maison où l'électricité court partout dans un réseau de fils entrecroisés et circule comme le sang dans les veines d'un homme!... Mets-les donc et fais attention. C'est une fuite qui vient de se produire quelque part et l'on ne sait pas jusqu'où peuvent aller les accidents... Allons, je n'ai pas le temps, je te laisse, d'ailleurs voilà nos communications embrouillées... »

 

En effet, l'image très nette dans la plaque du télé s'affaiblissait soudain, ses contours se perdaient dans le vague, et bientôt ce ne fut plus qu'une série de taches tremblotantes et confuses.

 

 

 

[Traduzione di Massimo Cardellini]

 

 

 

 

LINK al post originale:

La vie électrique

 

 

LINK all'edizione del 1916 presente in Internet Archive:

La vie électrique

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