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27 dicembre 2009 7 27 /12 /dicembre /2009 11:16

FRANS MASEREEL

LA CITTÀ

1925




s00Copertina dell'opera di Frans Masereel










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Veramente difficile commentare in modo soddisfacente questo gradevole racconto ad immagini di Frans Masereel che, come modalità narrativa rimanda ad un genere ampiamente sperimentato nel XIX secolo su numerose riviste umoristiche o di satira politica
e di cui nel presente blog abbiamo già dato numerosi esempi e saggi analitici a riscontro.
Il contesto storico è profondamente mutato ed una riproposizione pura e semplice di un modello oramai datato è ovviamente improponibile soprattutto in un'epoca che vede sempre più l'affermazione a livello popolare del genere fumettistico vero e proprio con tutto un armamentario tecnico che si viene sempre più affinando e perfezionando. Provocatoriamente, Masereel, ricorre in sovrappiù ad una tecnica che più che vecchia è addirittura arcaica: l'incisione su legno, la xilografia, risalente a molti secoli prima della stessa invenzione della stampa a caratteri mobili, eppure il risultato ha una sua tragica modernità.
Ogni singola immagine di questo romanzo ad immagini, è come un quadro vero e proprio e come tale esso va affrontato al fine di una sua reale fruizione, anche se magari l'immagine successiva non ha alcuna rapporto chiaro o diretto con l'immagine che si è appena esaminata. Il lettore è lasciato libero sia nella contemplazione delle singole immagini che nella loro sequenze e soprattutto nei loro numerosissimi collegamenti e rimandi.
Sul tutto domina l'equilibrio tra il bianco ed il nero di alcune immagini con raro prevalere dell'uno o dell'altro in alcune di esse, raro squilibrio in cui l'intento può voler essere quello di accentuare la drammaticità di una situazione descritta graficamente oppure, ma non è detto che sia sempre così, accentuare l'oggettiva triste poesia di un momento di tranquillità colto dall'autore e così vissuto ed interpretato da lui ma di cui gli oggettivi protagonisti sembrano essere del tutto inconsapevoli.
I disegni 7 e 8 ne sono una prima chiara esemplificazione. Nel primo di essi, posta a sinistra, scorgiamo subito una leggera prevalenza del colore nero nel disegno. In esso l'autore ha rappresentato dei modernissimi schiavi salariati chiusi in un vasto ufficio tecnico che sembra essere piuttosto uno stanzone di caserma, i quali lavorano sotto l'occhiuta vigilanza di un minuscolo capoufficio che passeggia tra le strane scrivanie inclinate. A questa schiera di modernissimi dannati è offerta quale unica evasione visiva, una veduta osservabile da un ampio finestrone da cui si scorge il deprimente scenario di altissimi edifici addossati l'uno all'altro dai cui comignoli escono dense e scure colonne di fumo e qua e là altri e massicci altiforni che producono anch'essi il mortale fumo del progresso industriale. Le uniche fonti di luce sembrano essere quella solare sullo sfondo remoto del disegno che si scorge dal finestrone ed una luce misteriosa quanto artificiale  che cade dall'alto sui piani di lavoro dei disegnatori tecnici-dannati.
A questo disegno quasi dantesco si contrappone nell'ottavo disegno una scena in cui è il bianco a prevalere sul nero. Il disegno presenta una disposizione verticale e sembra essere diviso in due parti. Su un terzo del disegno disposto sul lato destro, scorgiamo in primo piano un frammento di un grande palazzo posto in ombra e quindi colorato di nero. Dalle tre finestre disegnate, scorgiamo delle scene di vita quotidiana banali e semplici ma che danno già un deciso tocco poetico al tutto. Sulla finestra superiore una donna è intenta ad un lavoro che sembra essere di cucito, forse si tratta di una sarta. Sulla finestra al centro un uomo guarda fuori dalla finestra, le mani a sorreggere la testa, il volto inespressivo come se si stesse annoiando o chiedendosi cosa ci stia a fare al mondo. La finestra in basso ci mostra una donna seminuda nell'atto di indossare una veste. Deve trattarsi di una bella e luminosa giornata di inizio autunno o di primavera incipiente, perché tutt'e tre le finestre risultano aperte come ad accogliere luce ed aria fresca.
Dei rimanenti due terzi del disegno posti sul lato sinistro, vediamo la città immersa nel sole e quindi dalle facciate bianche. Sulla parte bassa scorgiamo ancora delle scene di intimità casalinga da finestre aperte come ad esempio un uomo ed una donna che si abbracciano ed in quelle più vicine delle persone che si affacciano alla finestra. Sullo sfondo una prospettiva vertiginosa pone in evidenza caseggiati su caseggiati le cui finestre sono quasi tutte poste in luce. La sensazione complessiva è quella di una calma che aleggia in un momento di corale e breve tranquillità, siamo forse a metà mattinata oppure nel tardo pomeriggio. Sembra quasi di poter udire che vi sia silenzio sulla scena complessiva, un silenzio rilassante e non tragico come quello del disegno di fianco fatto di dovere ed obbedienza ad un sistema che lo esige ed a cui lo si tributa e quindi pieno di risentimento.
In entrambi i disegni, comunque sia, ognuno risulta essere solo, come chiuso in se stesso, che si tratti della solitudine da trasfondere nel lavoro individuale che si sta svolgendo oppure quella della sospensione da ogni attività e che lascia liberi di dedicarsi alla cura di sé oppure a fissare inebetiti il vuoto dei propri pensieri riflesso dal vuoto urbano a cui si chiede invano un minimo di senso.

Massimo Cardellini


Frans Masereel, La Città, 1925, 02 di 10





LINK al post originale:
Die Stadt


LINK di presentazione dell'artista:
Frans Masereel

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