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7 luglio 2009 2 07 /07 /luglio /2009 14:43

 

Gli stereotipi nazionali


 

 

Disegno di Grandjouan, La guerre Russo-Japonaise: les requins [La guerra Russo-Giapponese: gli squali], Le Rire n°61, 2 aprile 1904.

 

 



 

STEREOTIPI NAZIONALI


 

di Hélène Duccini


 


 

La caricatura trova da molto tempo una riserva di rappresentazioni negli stereotipi che presentano il vantaggio di essere immediatamente identificati dal lettore. Racchiudono i cittadini di uno stesso paese in una formula semplificatrice: gli spagnoli sono superbi ed anche fanfaroni; gli inglesi sono perfidi come Albione; i tedeschi sono pesanti e disciplinati per quanto i francesi sono leggeri, ingovernabili ed attaccabrighe. Già Giulio Cesare, in De Bello Gallico caratterizzava i Celti come un popolo litigioso e leggero, benché ne riconoscesse il loro valore!


 


 

Disegnatore anonimo, Général Galas [Generale Galas], 1636, acquaforte.


 

Molto spesso, lo straniero è percepito come minaccioso e quasi sempre caratterizzato in modo negativo, cioè molto dispreggiativo. La ripresa di questi stereotipi nel film L’Auberge espagnole [L'Appartamento spagnolo] sottolinea bene questo tratto. Degli studenti di paesi diversi si ritrovano a Salamanca per l'estate e imparare la lingua spagnola nel quadro degli scambi Erasmus. Quando i giovani hanno già cominciato a instaurare dell ebuone relazioni, arriva, in ritardo rispetto agli altri, il fratello di una delle studentesse, che getta un freddo affrontando ognuno attraverso lo stereotipo della sua nazione. Manifestamente, i suoi interlocutori la prendono piuttosto male, si accigliano e trovano molto pesante il nuovo venuto, armato della sua "arroganza britannica"!


 

La caricatura, che cerca sempre la semplificazione delle tipologie trova il suo tornaconto e questo, dalle origini. Alle origini della stampa satirica dei secoli XVI e XVII, si nota che i costumi nazionali molto meno indossati di oggi, restano per il caricaturista un sistema comodo di riferimento. Inversamente oggi, la mondializzazione culturale impone a tutti Jeans e scarpe da ginnastica, il vestiario per certe regioni del globo non sono più un demarcatore sufficiente.


 


            Disegno di Steinlen, L'Assiette au beurre n°47, 26 febbraio 1902 (La Visione di Hugo).

 


 


 

Studiando l'argomento  in un arco di quattro secoli, si può afferrare il legame esistente tra presenza dello stereotipo svalorizzante e costituzione del "nemico ereditario". Le rappresentazioni satiriche marciano infatti come binomi. Durante il secolo XVII sino ai primi anni del XVIII, si oppone il Francese valoroso e lo Spagnolo arrogante nella sua ambizione di impero universale, fanfarone e pieno di arie. Poi, la preponderanza inglese cominciando ad assurgere, si forma la coppia Francese-Inglese. Quest'ultima si perpetua per un buon centinaio di anni sino al Congresso di Vienna.


 

Durante il superbo XVIII secolo, la concorrenza economica pone in conflitto mercanti francesi e britannici e l'Inghilterra è presente in tutte le guerre coloniali e marittime che coinvolgono i due paesi. Per l'Inglese del XVIII secolo il Francese appare come un aristocratico mingherlino quando l'Inglese visto dall'esagono è borghese e grassoccio. Il XIX secolo, è contraddistinto dall'emergere di nuovi Stati nazionali, soprattutto l'Italia, poi la Germania. Con l'emergere delle ambizioni prussiane e la politica offensiva di Bismarck, il Tedesco passa in primo piano. Il casco chiodato, la rigidità della figura, le spalle larghe e l'espressione impressionante munita di baffi a zanne, tutti questi caratteri stereotipati si perpetueranno sino alle rappresentazioni del XX secolo.


 

Oggi, il nanismo politico di un'Europa che non si incarna né in un leader né in partiti propriamente europei, contribuisce al mantenimento delle eredità e degli antichi stereotipi. Tuttavia, la caricatura, valida conservatrice delle immagini ricevute, fa piuttosto appello a Marianna come giovane fanciulla accorta e Germania come piccola Gretchen simpatica, oramai addolcite e complici, piuttosto che ai vecchi stereotipi (ancora vivaci?) del Francese arrogante e del Tedesco robusto.



STEREOTIPI NAZIONALI IN EUROPA: CONOSCENZA  O IGNORANZA DELL'ALTRO?

di Hélène Duccini.


(Articolo apparso in: "Médiamorphoses", 2004.)

 


Caratterizzare i nativi di una nazione è, sembra, una pratica molto antica. Più il sentimento di appartenenza ad un gruppo è forte e ben identificato, più la frontiera che separa questo gruppo dagli altri è fortemente risentito: lo straniero è spesso percepito come minaccioso, è strano e, per questo fatto, più o meno temibile. Gli stereotipi che racchiudono i cittadini di uno stesso paese in una formula semplificatrice sono molto istruttivi a questo riguardo. Dire che gli Spagnoli sono superbi ed anche fanfaroni, che gli Inglesi sono perfidi come Albione, che i tedeschi sono pesanti e disciplinati per quanto i francesi sono leggeri, ingovernabili e attaccabrighe, appartiene ad una lontana erdità. Già Giulio Cesare, in De Bello Gallico caratterizzava i Celti come un popolo litigioso e leggero, benché ne riconoscesse il loro valore!

Queste "idee ricevute" appartengono alla tradizione orale e si perpetuano di generazione in generazione come i proverbi e le frasi fatte: gli storici sono emineti ed i linguisti distinti, come ognuno sa. Come per i proverbi la tradizione orale è immutabile, preganate quanto la saggezza dei popoli. Se oggi si dice chi ruba un uovo, ruba un bue o non si può essere allo stesso tempo al forno ed al mulino, si è ancora capiti, benché il furto di un uovo non avviene più tra gli scaffali del supermercato, come si poteva praticare nottetempo nel pollaio del contadino e che non si vada più né al forno per far cuocere il proprio pane né al mulino per farsi macinare il proprio grano. Queste espressioni rinviano dunque ad un mondo in cui l'85% della popolazione viveva nei villaggi, di una attività legata alla terra. I nostri contemporanei non sono più del tutto nello stesso ambiente "rurale" dei loro antenati. Si dovrebbe dunque dire oggi "chi ruba un mouse ruba un computer". Ma, oltre alla rima che non vi sarebbe più, la formula non avrebbe il vantaggio del lungo uso condiviso dal proverbio.


 

Per limitarsi agli stereotipi nazionali, due fatti importanti devono attirare l'attenzione in questo mondo immobile: da una parte, si è sempre lo straniero di qualcuno e le nazioni così come le identifichiamo oggi non si sono costituite intorno ad una comunità nazionale che progressivamente, i particolarismi provinciali non si cancellano che molto lentamente. D'altra parte, l'identità delle nazioni si è per la maggior parte delle volte forgiata in conflitti sanguinari e guerre incessanti tra vicini.


 

La Francia, per prima, ha realizzato la sua unità territoriale, agglutinata progressivamente intorno a Parigi e all'Île-de-France da Ugo Capeto sino alla Rivoluzione. Il periodo rivoluzionario ha segnato una tappa importante nella costituzione di una nazione, nella volontà di unificare le parlate locali nello stesso francese, i pesi e misure in un unico sistema, le volontà in una stessa ambizione di libertà e di eguaglianza. I volontari del 1792 si arruolarono nelle armate al grido di Viva  la nazione! Due secoli più tardi, la Repubblica, imponendo la scuola obbligatoria a facendo scacciando le lingue regionali, ha confermato il sentimento di appartenenza "nazionali" dei Picardi o degli Averni, anche se un ritorno allo stato di cose precedenti tende a restaurare una identità regionale appoggiata sulle parlate locali, bretoni, basche, linguadochiane o alsaziane.


 

In compenso, un paese come l'Italia, che ha realizzato la sua unità soltanto dopo la seconda metà del XIX secolo conserva dei particolarismi locali molto forti ed una visione stereotipata delle differenti regioni pur avendo, da poco, uno statuto: Lombardia, Liguria, Venezia, Toscana, Stati pontifici, Regno delle due Sicilie. Di conseguenza, gli stereotipi ricorrono ancora oggi in modo vivace. Leonardo Sciascia, nella sua raccolta di racconti Gli zii di Sicilia [1], ne cita alcuni: "L'Italia era grande, scrive, ma i Calabresi avevano la testa dura, i Sardi erano falsi, i Romani maleducati, i Napoletani dei mendicanti". Si può inoltre completare questo elenco centrato sul sud della Penisola, sapendo che i Romanbi sono anche arroganti, i Toscani bugiardi, i Napoletani ladri, i Genovesi tirchi, i Siciliani beffardi e i Lombardi lavoratori, ma per quest'ultimi questo aggettivo adulatore è forse soprattutto propagato dai Lombardi stessi!


 

In effetti, lo straniero, molto spesso percepito come minaccioso è quasi sempre caratterizzato in modo negativo, se non addirittura molto spregiativo. La ripresa di questi stereotipi nel film L'appartamento spagnolo sottolinea bene questo aspetto. Degli studenti di diverve nazioni si ritrovano a Salamanca per l'estate e imparare lo Spagnolo nel quadro degli scambi Erasmus. Proprio quando i giovani hanno già cominciato ad allacciare delle buone relazioni, arriva, in ritardo sugli altri, il fratello di una delle studentesse, che raffredda la situazione affrontando ognuno attraverso lo stereotipo della sua nazione. Manifestamente, i suoi interlocutori la prendono piuttosto male, si offendono molto e trovano il nuovo arrivato, armato della sua "arroganza britannica"!


 

Si può notare così che il comportamento non è soltanto il solo a caratterizzare una nazione. Altri elementi della cultura nazionale intervengono. Nel florilegio degli stereotipi, le pratiche culinarie sono al primo posto: crauti e birra buona a Monaco, bione bistecche in Gran Bretagna, patatine fritte in Belgio. Da qui, derivano le denominazioni dei nativi: macaroni per gli Italiani, roosbeef per gli Inglesi, mangia rane per i Francesi. Questi ultimi, in quanto ad essi, si vivono più come mangiatori di formaggi e bevitori di buon vino che come mangiatori di rane, anche se questo piatto, veramente ignorato altrove, si pratica ogni tanto e senza dubbio soprattutto nei buon ristoranti invece che presso i privati.


 

Infine, i costumi nazionali sono anch'essi un buon demarcatore delle nazioni. Molto meno portati oggi rispetto ad un tempo, essi restano un comodo sistema di riferimento. Gli Scozzesi indossano volentieri il loro. Come durante le partite di calcio, i tifosi dell'Edimburgo indossano il kilt e sono evidentemente immediatamente individuabili tra la folla: non si manca che la cornamusa. Un tempo, la distinzioni dagli indumenti era molto più importante e permetteva di identificare le appartenenze provinciali: cuffie in Bretagna ed in Alsazia, berretti nei Paesi Baschi, berretta normanni.


 

Nel XVI o nel XVII secolo, per chi non usciva dal proprio villaggio che per recarsi al villaggi vicino, tutt'al più al borgo in cui si tenevano i mercati, lo straniero era sempre vissuto come strano e, perciò, minaccioso, tanto nel suo aspetto, quanto per il suo vestiario che nel suo modo di fare pratico. Al contrario del vicino, era giudicato anormale. Spontaneamente, si ricerca lo stesso, il noto, il familiare. Lo straniero percepito come differente è, perciò, respinto attraverso un giudizio svalorizzante. Come i gatti gonfiano la loro coda ed il loro pelo per spaventare l'avversario, i nativi si gonfiano per proteggersi dallo straniero, vissuto a priori come pericolosi. Questo atteggiamento si ritrova tanto negli aggettivi con cui sono indicati gli stranieri, quanto negli sceherzi verbali, le "storie strane" e le rappresentazioni grafiche.


 

Se gli stereotipi sembrano fissati nel marmo da una storia ripetitiva, lo storico attraverso il flusso delle evoluzioni può percepire dei cambiamenti? Il Francese, mangia rane, non ha sempre stato indossato il beretto basco apparso in modo più ossessivo nel periodo tra le due guerre ed il filone di pane che egli porta sotto il suo braccio è arrivato molto tempo dopo le pagnotte. Così lo sguardo che gli Europei portano reciprocamente sui loro vicini ha subito delle inflessioni nel corso dei secoli. Nelle società antiche in cui soltanto i mercanti viaggiano, gli studenti ed i chierici, lo Straniero è soprattutto conosciuto attraverso  gli stereotipi che sono molto spesso attivati dalle vicissitudini delle relazioni internazionali, delle guerre e delle riconciliazioni.


 

Studiando l'argomento sull'arco di quattro secoli, si può afferrare il legame esistente tra presenza dello stereotipo svalorizzante e costruzione del "nemico ereditario". I rappresentanti marciano di fatto come binomi. Durante il XVI secolo, il Francese valoroso contro l'arrogante Spagnolo nella sua ambizione di impero universale, fanfarono e pieno di pose, questo per tutto il XVII secolo sino ai primi del XVIII. Poi, la preponderanza inglese prendendo sopravvento rispetto a quella francese, si forma la coppia Francese-Inglese. Questo si perpetua per un buon centinaio di anni sino al Congresso di Vienna. Durante il grande XVIII secolo, la concorrenza mette l'uno contro l'altro mercanti francesi e britannici e l'Inghilterra è presente in tutte le guerre coloniali e marittime che coinvolsero i due paesi. Dalla Rivoluzione alla fine dell'Impero, la perfida Albione è sempre l'anima delle coalizioni che si formano contro le ambizioni francesi. Il XIX secolo, è contrassegnato dall'emergere di nuovi Stati nazionali, soprattutto l'Italia, poi la Germania. La coppia Francese contro tedeschi occupa tutta la scena dal 1870 al 1945.


 

In queste alternanze, questi equilibri, queste svolte a volte, l'immagine dell'altro di in durrisce o si ammorbidisce, lo stereotipo assume degli andamenti più o meno ostili più o meno benevolenti. Le rappresentazioni figurate delle nazioni (dalle stampe del XVII secolo al disegno a stampa contemporaneo) sono una buona testimonianza di queste fluttuazioni. A titolo d'esempio, si può osservare un certo numero di incisioni di propaganda del XVII secolo nelle quali il Francese e lo Spagnolo camminano insieme. Lo Spagnolo riconoscibile dal suo costume che, il secolo inoltrato, resta immutabile ed il Francese , elegante, all'ultima moda, canzonatorio nei confronti del suo avversario. Gli incisori hanno posto i due nemici in situazione: il Francese da scacco matto ad uno Spagnolo tutto avvilito, inoltre, il Francese osserva lo Spagnolo scacciato dalle Fiandre con un calcio in culo. Più tardi, lo Spagnolo, sempre lui, è castrato da Gravelines e da Dunkerque. Alcune incisioni costruiscono delle scene più complesse in cui tutti i belligeranti sono presenti, come in  Le secours de la Paix aux nations oppressées par la Guerre et la Misére, [L'Aiuto della Pace alle nazioni oprresse dalla Guerra e dalla Miseria]

 


 


Fig. 1. Le secours de la Paix aux nations oppressées, par la Guerre et la Misère, [L'aiuto della Pace alle nazioni oppresse dalla Guerra e dalla Miseria], incisione anonima, Ufficio delle Stampe della Biblioteca Nazionale. Probabilmente contemporanea dei negoziati di Westphalia, che si svolsero tra il 1644 e il 1648, questa immagine di propaganda incita i diplomatici ad accelerare i negoziati per porre termine ad una guerra che logora i popoli che vi sono coinvolti. Le disgrazie generate da questo conflitto interminabile sono evocate da molti elementi: al centro, un contadino di cui non si vede che il busto, guarda lo spettatore preso a testimone, giungendo l emani in un gesto di preghiera e di supplica; sullo sfondo, vediamo, a sinistra, i bagliori dell'incendio che devasta le case di un villaggio e, a destra,  un albero contorto e scosso dal temporale. Sotto l'occhio della Pace, che, tra le nubi, al centro, brandisce il suo ramo d'olivo, si scorge il gruppo delle Nazioni bersagliate da pietre dalla Miseria, a sinistra, e dalla Guerra, a destra. I rappresentanti delle nazioni coinvolte nella guerra esprimono tutta la loro disperazione. Al centro, lo Spagnolo separato dal Francese dalla Svizzera. Intorno a questi tre personaggi, formanti una specie di ronda, vediamo da sinistra a destra: il Fiammingo ed il Loreno, poi, sdraiati in primo piano il Catalano, l'Inglese, l'Italiano ed il Portoghese, infine, in piedi sullo sfondo, l'Ollandese, il Polacco ed il Tedesco. Questa ronda delle lamentazioni omette tuttavia lo Svedese, benché sia uno dei membri maggiori dei colloqui di Osnabrück nel 1648.

 

 

 

 

I personaggi, nominati dall'incisore stesso, portano un costume "nazionale". Così, lo Svizzero è vestito come lo sono ancora le guardie pontificie: casco a cimiero, corazza e braghe sbuffanti allacciate alle ginocchia, come il mercenario sui campi di battaglia. Il Polacco, indossa un beretto molto particolare ed una camicia a pettorina decorata, che ritroviamo in altre incisioni. Questi personaggi tipizzati si ritrovano vestiti allo stesso modo in altre stampe che, come questa, rappresentano "i popoli d'Europa".

 

Durante il XVII secolo, l'Inglese prende il posto dello Spagnolo nelle stampe satiriche francesi e gli incisori inglesi non si privano di ridicolizzare il Francese, piccolo aristocratico incipriato, mingherlino e fragile, mentre dall'altra parte della Manica l'Inglese appare piuttosto come un grosso borghese, il cui sigaro grosso non è poi così lontano. Durante il XIX secolo, l'illustrazione satirica, così ben salda in Inghilterra, inizia il suo esordio in Francia soprattutto dopo la rivoluzione del 1830 che dà libertà di stampa. I conflitti del 1848 in Europa danno delle rappresentazioni stereotipate dei differenti paesi in generale ridicolizzati, acconciati di riferimenti ai loro "caratteri nazionali". Con l'ascesa delle ambizioni prussiane e l apolitica offensiva di Bismarck, il Tedesco passa in primo piano.  Il casco a punta, la rigidità della postura, le spalle larghe e l'aspetto impressionante munito di mustacchi a zanne, tutte queste caratteristiche stereotipati si perpetueranno sino alle rappresentazioni del XX secolo. La caricatura è l'accademia delle rappresentazioni tradizionali, i "cliché" formanti un repertorio di forme, già conosciuto dai lettori e che permettono, con ciò, una identificazione rapida del soggetto.

 

Cosa ne resta nella seconda metà del XX secolo? La riconciliazione franco-tedesca costituendo il fondamento dell'unità europea in gestazione sfocia per successive aggregazioni alla costituzione dell'Unione, oramai allargata a venticinque paesi, venticinque nazioni che condividono il grande mercato con, sullo sfondo la ricerca di una cultura comune che cancellerebbe il mosaico di nazioni dalle lingue differenti. Come percepire gli altri ora che la fraternità predomina sulla guerra, ora che il mescolamento del grande turismo per ogni età abbatte le frontiere e riavvicina i popoli che hanno più in comune di quanto forse non credano? Gli stereotipi, che hanno la vita così dura, le immagini ricevute, che resistono non di meno all'evoluzione delle cose (il Francese porta sempre il suo berretto e regge sempre in mano il suo lungo sfilatino), stanno per cancellarsi, alterarsi, modificarsi, o almeno addolcirsi per non dire edulcorarsi? Siamo sempre dei mangiarane? Gli Spagnoli sono ancora degli arroganti e gli Inglesi perfidi? Mal sopportato oramai lo stereotipo sta progressivamente per entrare nel folclore surdatato appartenente ad un contesto geopolitico superato? Meglio ancora, di questi stereotipi propriamente "nazionali", stiamo per vedere emergere uno stereotipo più ampio, propriamente "europeo"?

 

In questo periodo di transizione in cui il sentimento di appartenenza alla nazione prevale ancora molto ampiamente su quello di appartenenza al continente, è precisamente dalla comparazione con gli altri continenti che può emergere una visione comune, "stereotipata" dell'Europeo medio, benché il turista francese si senta più francese che europeo di fronte agli Americani medi che egli incontra negli Stati Uniti. Per il momento, è giocoforza riconoscere che le immagini ed i cliché dell'"Europeo" non sono ancora stabiliti. Il cittadino di Francia, lui, con i suoi euro in tasca, si sente innanzitutto francese. La cittadinanza europea (che non sposta affatto l'elettore) è molto in contrazione  rispetto al sentimento di appartenenza all anazione. Il nanismo politico di un'Europa, che non si incarna né in un leader né in partiti propriamente "europei", contribuisce al mantenimento delle eredità e degli stereotipi antichi. Tuttavia la caricatura, così buona conservatrice delle immagini ricevute, fa piuttosto appello a Marianna come giovane donna accorta e Germania come piccola Gretschen simpatica, oramai addolcite e complici, piuttosto che al vecchio stereotipo (ancora vivo) del Francese arrogante e del Tedesco corpulento.


NOTE


 

Leonardo SCIASCIA, Les Oncles de Sicile, Paris Denoël, 1967, Gallimard,  p. 206; [Traduzione francese di Gli zii di Sicilia, Einaudi, Torino, I edizione, 1960.


 


 


 

Bibliografia


 

Anne-MarieThiesse, La Création des identités nationales. Europe XVIIIe-XXe siècles [La creazione delle identità nazionali. Europa XVIII-XX secoli], Seuil, 1999, 302 p.

Jean-Noël Jeanneney (a cura di), Une idée fausse est un fait vrai. Les stéréotypes nationaux en Europe [Una falsa idea è un fatto vero. Gli stereotipi nazionali in Europa], Paris, O. Jacob, 2000, 229 p.


 



[Traduzione di Massimo Cardellini]


Link al post originale:
Les Stéréotypes Nationaux




LINK interni pertinenti con l'argomento di questo post:
La Prima Guerra Mondiale
Steinlen, La visione di Hugo
François Kupka, Il Denaro



LINK a saggi storici sulla caricature:
Henri Viltard, Gustave Henri Jossot: biografia.
Henri Viltard, Elle était Trop nue
Christian Schweyer, Monnaies et médailles satiriques
Eric Aunoble, Caricature russe et sovietique
R. Ouvrard, Napoleone attraverso le caricature 1799-1806, 01 di 02


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