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18 agosto 2009 2 18 /08 /agosto /2009 09:15


Heinrich Hoffmann

  Pierino Porcospino




Heinrich Hoffmann (1809/1894), l'autore della celebre opera che presentiamo oggi fu uno psichiatra tedesco che deve però la sua fama più che alla sua opera professionale, fu direttore dell'ospedale psichiatrico di Francoforte ed autore di testi psichiatrici, ad una sua originale quanto simpatica opera illustrata per l'infanzia.

 

Si tratta di Der Struwwelpeter (1844), nota nel nostro paese come Pierino Porcospino, una raccolta di filastrocche illustrate dalla dubbia validità pedagogia, però tenendo conto di altri simili lavori, pensiamo soprattutto al suo connazionale Wilhelm Busch, non dobbiamo volergliene troppo. Impressionare i bambini con storie esagerate venate di un fine umorismo macabro non è mai andato veramente fuori moda...

 

 

 

Lo scopo delle storielline, infatti era quello di illustrare in modo esagerato, le conseguenze di comportamente sbagliati nei bambini, come igiene personale, distrazione congenita, giocare con oggetti pericolosi, essere disobbedienti, crudeltà verso gli animali, ecc. Il libro ebbe un grande successo in tutto il mondo tanto che nel 1876 aveva già raggiunto la 100a edizione.

 

In Italia venne edito dalla casa editrice Hoepli nel 1882 e tradotta da Gaetano Negri, mentre in inglese dal celebre scrittore per l'infanzia ed umorista Mark Twain.

 

L'edizione presentata è quella inglese del 1848, il testo italiano è stato reperito in rete in wikisource.














PIERINO PORCOSPINO




Del Dottor Heinrich Hoffmann













Storielle allegre
e divertenti immagini

Nella notte di Natale/ Vien dal cielo un angioletto/ A posar presso il guanciale/ Del sopito fanciulletto.

E se, a tavola,  è obbediente/ Se giocar sa senza chiasso,/ Se tranquillo, fra la gente,/ Suol seguir la mamma a spasso,/ Risvegliandosi il fanciullo,/ Troverà, sul suo lettino,/ La sorpresa ed il trastullo/ D'un dipinto libriccino.












1. Pierino Porcospino




Oh, che schifo quel bambino!/ È Pierino il Porcospino./ Egli ha l'unghie smisurate/ Che non furon mai tagliate;/ I capelli sulla testa/ Gli han formata una foresta/ Densa, sporca, puzzolente./ Dice a lui tutta la gente:/ "Oh, che schifo quel bambino!/ È Pierino il Porcospino".













2. La storia del cattivo Federico



Vo' narrarvi un gran castigo/ Ch'è toccato a Federigo./ Delle bestie il patimento/ Era a lui divertimento./ Alle mosche quel monello/ Appressavasi bel bello,/ Se posar vedeale chete/ Sulla candida parete./ Zaf! la mano egli serrava,/ E le incaute imprigionava./ Poi le alucce dell'insetto/ Via strappava per diletto.

Con in man lo sgabellino/ Un dì uccise il canarino./ Inseguiva come un matto/ La gallina, il cane, il gatto,/ Ed un giorno quel feroce,/ Spenta in lui del cor la voce/ Quasi crederlo non lice,/ Bastonò la sua nutrice!








Stava un cane a una sorgente/ E beveva avidamente./  Lì s'appressa il birichino,/ E, col piede e col frustino,/ Lo percote. Il can guaisce,/ Egli i colpi ribadisce,/ Finché il cane a lui s'avventa/ Ed il piè ch'è alzato addenta./ Federigo piange ed urla,/ Ed il can gli fa una burla./ Lascia libero il nemico,/ Spicca un salto, e, in men che dico,/ Il frustin ch'è al suol cascato/ Piglia in bocca, e difilato/ Via sen corre vincitore/ Del crudel persecutore.

Giunto a casa, il morsicato/ Tosto a letto fu mandato,/ Ché la gamba gli doleva/ Sì che, notte e dì, gemeva./ Il dottor con grave piglio/ Stava al piè del suo giaciglio.

E un'amara medicina/ Gli versava ogni mattina./ Sul sedil del birichino/ Siede a tavola il mastino,/ Ed al posto del ferito,/ Mangia il pranzo già allestito,/ Il frustin con sé ha portato,/ Sul sedile l'ha posato,/ E lo tiene con gran cura/ Ricordando l'avventura!









3. La tristissima storia degli zolfanelli




Di sala in sala, Paolinetta/ Gira e rigira, sola soletta./ Di casa uscendo la sua mammina/ Disse: "Ricordati di star bonina",/ Ma, se non teme d'esser sgridata,/ Grida, fa il chiasso quella sventata.

Ecco essa vede sul tavolino/ De' zolfanelli lo scatolino./ "Oh, che grazioso bel giocherello!/ Io voglio accendere lo zolfanello./ La mamma accenderlo veduto ho spesso,/ Io vo' ripetere quel gioco istesso."

E Minz e Maunz, i due gattini,/ Alzano al cielo i lor zampini./ Gridano: "Il babbo questo non vuole,/ Più non rammenti le sue parole?/ Miao, miao, miao.Suvvia, finiscila con questo gioco,/ Che c'è pericolo di prender foco."

Ai due gattini Paolinetta,/ Intenta al gioco, non può dar retta./ Ecco la fiamma s'accende e brilla,/ Crepita il legno, scoppia, scintilla./ Tutta contenta la pazzerella/ Agita il foco, ride, saltella.

Minz e Maunz, i due gattini,/ Alzano al cielo i lor zampini./ Gridan: "La mamma questo non vuole./ Più non rammenti le sue parole?/ Miao, miao, miao!/ Suvvia, finiscila con questo gioco,/
Che c'è pericolo di prender foco."





Ahimè! la fiamma la bimba investe,/ Ardon le trecce, arde la veste./ Corre la misera di loco in loco,/ Non c'è più scampo, è tutta in foco./ E Minz e Maunz inorriditi/ Mandano acuti urli infiniti./ Miao, miao, miao!/ Qui, qui venite, venite in fretta/ Muore bruciata Paolinetta ".

Brucia in un soffio, sfuma in un punto/ Veste e persona, tutto è consunto./ Un po' di cenere e due scarpini,/ Cara memoria de' suoi piedini,/ È quel che resta! Non c'è più nulla/ Di quell'indocile, vispa fanciulla!

E Minz e Maunz, i due gattini/ Tergon le lagrime coi lor zampini,/ Miao, miao, miao! Ahi, babbo e mamma, ahi, dove siete?/ Ahi, vostra figlia più non vedrete!"/ Come un ruscello che irriga i prati/ Scorron le lagrime dei desolati.









4. La storia del Moretto


Più nero della pece e del carbone/ Passeggia un bel moretto sul bastione,/ E si ripara, con l'ombrello rosso,/ Dal sole ardente che l'avea percosso.

Ed ecco correr verso lui con fretta/ Gigino che ha in sua man la bandieretta,/ E Gaspare lo segue assai dappresso/ Spingendo il cerchio e saltellando anch'esso./ Poi vien Guglielmo dalla gamba snella/ Brandendo nella mano una ciambella./ E gridan tutti e tre: "Ma questo è un mostro/ Che è tinto col carbone o con l'inchiostro".









Ma il maestro Nicolò/ Vide il caso e s'indignò./ Preso il grande calamaio,/ Uscì e disse: "A questo guaio/ Io porrò rimedio e tosto./ O fanciulli, al vostro posto!/ Non seccate quel moretto./ Ma che colpa ha il poveretto,/ Se la pelle scura, scura/ Ei sortì dalla natura?"

Ma nessun si dà pensiero/ Del rimprovero severo,/ E persiste quel terzetto/ A deridere il moretto,/ E al maestro Nicolò,/ Che stupito li guardò,/ E terribile divenne/ Essi gridano: "Vattenne!"








Allor disse Nicolò:/ "Ben pentire io vi farò!"/ E distese i suoi braccioni/ E raggiunse i tre burloni,/ Gasparino con Gigino/ E Guglielmo il birichino./ Dei due primi egli fa un paio/ Da tuffar nel calamaio./ E a Guglielmo spaventato,/ Che, sentendosi acchiappato,/ Grida: "Aiuto, al foco, al foco!"/ "Ti diverte questo gioco?"/ Chiede il grande Nicolò,/ E con gli altri lo tuffò!/ Quando poi li trasse fuore/ Tutti e tre metteano orrore.





Oh, come neri diventar costoro,/ Assai più neri del leggiadro moro!/ Il moro se ne va con l'ombrellino/ E i tre monelli il seguon da vicino./ Se non fossero stati sì sventati/ Il gran maestro non li avria tuffati/ Del calamaio nell'immondo bagno./ Hanno fatto davvero un bel guadagno!











5. La storia del fiero cacciatore




Era il mattino, e il fiero cacciatore/ Col suo nuovo giubbetto che ha il colore/ Dell'erba fresca in un bel dì d'aprile,/ Col corno, col carniere e col fucile,/ Sen va pei campi e per le dense selve/ A far gran preda di tremende belve.

Gli occhiali ha collocato sovra il naso/ E d'affrontar la lepre è persuaso./ La lepre intanto, che fra l'erba siede,/ Ride del cacciator che non la vede.// Ma sotto il sol, che lo rendeva ansante,/ A lui pare il fucil troppo pesante./ Sotto una pianta a riposar si giace,/ E la lepre lo guarda e sen compiace./ Quando il sente russar beatamente,/ La lepre s'avvicina all'imprudente;/ Gli porta via lo schioppo e poi gli occhiali./ E via sen corre, quasi avesse l'ali./



La lepre sul nasino ha collocato/ Gli occhiali ed il fucile ecco ha spianato./ Prende di mira il fiero cacciatore,/ A cui per il terror traballa il core./ Ei fugge strepitando: "Aita, aita,/ Gente, gente, salvatemi la vita!"

Davanti a un pozzo il cacciatore è giunto/ Vederlo e saltar dentro è solo un punto./ A lui preme salvar la vita cara./ La lepre in quel momento il colpo spara!






Del cacciator la moglie al finestrino,/ Il caffè si sorbiva in un piattino./ La lepre, col suo colpo, le spezzò/ Il piattin nelle mani, ed ella: "Ohibò!"/ Indignata proruppe.

Il leprottino/ Della lepre gentile figliolino,/ Accanto al pozzo, sull'ameno prato/ Sen giaceva tranquillo, accoccolato,/ Quando una goccia di caffè bollente/ Ecco gli casca sul nasin; repente/ Si scote e grida: "Chi mi brucia il naso?"/ E vede il cucchiaino al suol rimaso./ Lo prende e lambe col sottil linguino/ Lo sgocciolante umore zuccherino.






6. La storia del bambino che si succhia i pollici.


Dice la mamma: "Mio buon Corrado,/ Per pochi istanti io me ne vado,/ Vo' che tu sia studioso e buono,/ Non far disordine, non far frastuono./ E guai se il pollice succhiar vorrai!/ In modo orribile ten pentirai./ Tu non l'aspetti, ma, di soppiatto,/ Entrerà il sarto tutto ad un tratto,/ Taglierà il pollice col forbicione,/ Come se panno fosse o cartone ".

La mamma appena la soglia ha tocca,/ Ed ecco il pollice è nella bocca!










S'apre la porta ed il sartore/ Entra a gran salti pien di furore./ Col forbicione, zig zag, recide/ Al bimbo i pollici; il bimbo stride,/ Invan, ché il sarto se n'è già andato/ Col forbicione insanguinato!

La mamma attonita e sbigottita/ Vede Corrado senza due dita,/ E quei due pollici, così tagliati,/ Mai più a Corrado son rispuntati.





7. La storia della minestra di Gasparino











Gasparino era un bamboccio/ Assai florido e grassoccio./ Egli avea fresca la guancia,/ E ben tonda avea la pancia./ Si mangiava ogni mattina/ Con piacer la minestrina./ Ma un bel giorno, cominciò/ A gridar: "Io non la vo'! No, no, no,/ La minestra, io non la vo'!"

Dopo un giorno Gasparino/ S'era fatto magrolino./ Ma a gridar ricominciò:/ La minestra, non la vo'!/ No, no, no./ La minestra, io non la vo'!"

Gasparino, il dì seguente,/ Diventato è trasparente./ Ma ostinato ancor gridò:/ "La minestra più non vo'!/ No, no, no,/ La minestra più non vo'!"

Ecco il quarto dì venuto!/ Gasparino è sì sparuto,/ Che in piè reggersi non sa,/ E davvero fa pietà./ Pesa men d'un moscerino/ L'infelice Gasparino!/ Quattro giorni ha digiunato,/ Ed al quinto è già spacciato!

Qual pietra sepolcrale ha una zuppiera,/ Eppur sì vispo e sì leggiadro egli era!!





8. La storia di Filippo che si dondola










"Ma vuoi proprio ch'io perda la speranza/ Di vederti tranquillo or che si pranza?"/ Dice a Filippo il padre corrucciato,/ A Filippo nel mal sempre ostinato./ La mamma intanto gira l'occhialetto/ A guardar le vivande sul deschetto./ Ma quel fanciullo non si dà pensiero/ Del rimbrotto severo,/ E scalpita e tempesta,/ Grida, saltella, pesta/ I pugni sulla tavola, si dondola/ Sovra il sedile e ciondola/ Prendendo la tovaglia. "Oh, che stordito,/ Gli dice il babbo, a lui puntando il dito,/ Non dubitare che sarai punito!"














Ma al babbo non dà ascolto,/ E la tovaglia tira,/ E ad oscillar s'ostina,/ Imprevidente e stolto./ Ecco cade la sedia e capovolto/ Sen va Filippo. Oh, che spavento, oh, mira/ Che orribile rovina!/ Filippo, nel cader, con sè trascina/ La tovaglia coi piatti, le stoviglie,/ Le salse, le vivande, le bottiglie.











Egli giace piangendo/ Sotto la mole del disastro orrendo,/ Che contempla, girando l'occhialetto,/ La mamma cui il cor si schianta in petto!/ Ohimè, che al suol caduto,/ Tutto il pranzo è perduto!/ Ahi, son spezzati i piatti,/ E alla mensa dei gatti/ I bocconcin squisiti/ Or saranno imbanditi.

Si guardano l'un l'altro i genitori,/ In quel fiero frangente,/ Ma non dicono niente:/ Troppo cruccia i lor cuori/ Il pensiero del figlio sciagurato/  Che li condanna a un digiunar forzato.


9. La storia di Giannino Guard'in aria








Mentre va Giannino a scuola/ Ei contempla con diletto/ Or la rondine che vola,/ Or la nube, il ciel, l'insetto/ O il pulviscolo leggiero/ Quasi al par del suo pensiero,/ Sì distratto che non vede/ Dove mette il picciol piede./ Guard'in aria e non Giannino/ È chiamato quel bambino.

Ecco un can che ver lui viene;/ Guard'in aria non lo scorge,/ Perché fisso il guardo ei tiene/ Alla nuvola che sorge./ Nessun grida: "Olà Giannino,/ Guarda il can che t'è vicino!"/ E si danno un forte urtone/ Guard'in aria ed il barbone./ Patapum! ecco cascato/ Col barbone è lo sventato!


























Sono accorsi i barcajoli/ Che, con raffi e con pioli,/ Guard'in aria han salvato/ Da quel bagno inaspettato./ Egli ha livida la faccia,/ Sovra il corpo e sulle braccia/ La camicia s'è incollata/ E qual spugna s'è inzuppata./ Dai capelli giù a torrenti/ Cade l'acqua, ei batte i denti,/ E pel freddo trema tutto,/ Come piange, come è brutto!/ La cartella ei cerca invano,/ Già galleggia assai lontano.

I vezzosi pesciolini,/ Agitando i corpicini,/ In su tornano ridendo/
E fra loro van dicendo:/ "Ha creduto quel bambino/ D'esser forse un pesciolino?/ La paura avrà servito/ A corregger lo stordito."




10. Storia di Roberto che vola






Quando infuria la tempesta/ Quando piove a catinelle/ Fuor non mettono la testa/ Bambinelli e bambinelle./ Ma con stupido ardimento,/ Sfida l'acqua, sfida il vento/ Quello sciocco di Roberto
Con in man l'ombrello aperto.


Su nel cielo più lontano/ È Roberto ormai perduto./ Lo cercar dovunque invano,/ E nessun l'ha più veduto.

 

 

1










[A cura di Massimo Cardellini]



Link al post originale:
Struwwelpeter

LINK all'edizione Francese del 1872:
Pierre l'ébouriffé

LINK al testo in italiano:
Pierino Porcospino


















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