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1 marzo 2017 3 01 /03 /marzo /2017 06:00

Gustave Doré

Dore

Pioniere del fumetto

 

Thierry Groensteen

 

Le collezioni Jabot

 

Nello stesso 1847 che vede il lancio di Le Journal pour Rire, Aubert pubblica il primo albo di Gustave Doré, Les Travaux d'Hercule. Quest'opera esce nella "Collection des Jabot", che deve il suo nome al fatto di essere stato inaugurata nel 1839 dalle versioni pirata di tre albi di Töpffer (le cui edizioni originali erano uscite a Ginevra, a spese dell'autore), tra i quali la Histoire de Mr. Jabot. Gli altri due titoli contraffatti erano Mr Crépin e Les Amour de Mr Vieux Bois. In seguito, la collezione ha accolto delle storie originali create da degli artisti francesi: sette albi del prolifico Cham, così come la Histoire de Mr de Vertpré et de sa ménagère aussi (1840), di Edmond Forest. Les Travaux d'Hercule si inserisce dunque al dodicesimo posto in quella che è considerata come la primissima collezione dedicata al fumetto nella storia dell'editoria francese.

L'editore ne farò la pubblicità in questi termini: "Les Travaux d'Hercule sono stati composti, disegnati e litografati da un artista di quindici anni, che ha appreso il disegno senza maestri e senza studi classici. Ci è sembrato che non era la cosa meno curiosa di quest'albo originale e abbiamo voluto scriverlo qui, non soltanto per interessare ulteriormente il pubblico ai lavori di questo giovane disegnatore, ma anche per ben stabilire il punto di partenza del signor Doré, che crediamo chiamato a un rango ben distinto nelle Arti".

Les Travaux d'Hercule escono l'anno che segue la morte di Töpffer, e due anni soltanto dopo l'uscita dell'ultimo albo del Ginevrino L'Histoire d'Albert.

Uno dei concorrenti di Aubert sulla scena editoriale parigina si chiama Jacques-Julien Dubochet (1794-1868). Di origine valdese, quest'editore si trova ad essere precisamente il cugino di Rodolphe Töpffer. Dubochet è non soltanto uno dei confondatori di L'Illustration (rivista alla quale Töpffer consegna dei testi e dei disegni), ma anche l'editore di alcune opere del suo cugino, come i Voyages en zigzag o Les Nouvelles genevoise. Töpffer condivide una corrispondenza assidua con lui, nella quale si lamenta amareggiato delle contraffazioni pubblicate dalla casa editrice Aubert.

L'influenza di Töpffer  su Doré non può essere posta in dubbio. Les Travaux d'Hercule presenta numerose caratteristiche riprese dal "modello Töpfferiano", soprattutto il formato all'italiana, il collocamento bordo a bordo delle vignette contigue, separate da un semplice filetto, la loro dimensione elastica, si adattano al contenuto rappresentato, o anche l'importanza accordata al movimento dei personaggi, che apparenta alcune scene a una forma di pantomima.

Si ignora, tuttavia, se Gustave Doré ha scoperto gli albi di Töpffer attraverso Philipon, che non ha potuto non fargli vedere la sua "collezione dei Jabot", o se li conoscesse già. Quest'ultima ipotesi deve essere presa in considerazione, se si tiene come acquisito - conformemente alle principali testimonianze - che il manoscritto di Les Travaux d'Hercule figurava tra le opere presentate a Philipon durante la sua prima visita del giovane artista.

Dallo stretto punto di vista grafico, Doré non cerca veramente la somiglianza con il disegno al tratto eminentemente libero e vivo del padre del fumetto. Introduce nelle sue vignette dei valori di grigio, e cura inoltre alcuni complementi dello scenario - anche se lo sfondo delle immagini è spesso lasciato bianco, come se i personaggi si muovessero in assenza di gravità. E' probabilmente ciò che porterà l'artista a sopprimere i quadri delle vignette nei suoi tre successivi albi, e a giustapporre liberamente le sue immagini nella pagina, sul modello delle "macedonie".

Il testo è posto sotto l'immagine, come in Töpffer, ma a differenza di quest'ultimo Doré non scrive di sua mano: i suoi testi sono composti tipograficamente. Ne risulta una minore intimità tra le due componenti del medium, che, nel Ginevrino erano tracciati con la penne, il che faceva del testo e del disegno due scritture complici.

E' vero che nelle edizioni pirata degli albi Töpfferiani proposti da Aubert, il testo manoscritto era già sostituito da un piano tipografico, e i disegni contraffatti. Queste differenze si spiegano con il fatto che le versioni parigine hanno fatto ricorso al metodo usuale dell'incisione, mentre le edizioni originali ginevrine facevano uso di un processo originale chiamato autografia, grazie al quale l'artista disegnava e scriveva sul diritto su di una carta speciale che permetteva il trasferimento delle iscrizioni sulla pietra litografica.

Doré assicura egli stesso la trascrizione litografica di Les Travaux d'Hercule. La tecnica gli era già familiare: aveva infatti eseguito le sue prime litografie alla penna a Bourg-en-Bresse all'età di tredici anni.

Les Travaux d'Hercule

Cinque anni prima, Les Aventures de Télémaque, fils d'Ulysse, di Cham, nella stessa "Collection des Jabot", avevano inaugurato la vena del fumetto a soggetto mitologico. Cham parodiava il celebre Télémaque di Fénelon, che anche Doré aveva scelto come fonte del suo racconto di giovinezza intitolato Histoire de Calypso [12].

In Les Travaux d'Hercule, la parodia usa un procedimento sperimentato che consiste nel trattare un soggetto nobile in uno stile comune, triviale, addirittura volgare. Questa degradazione del soggetto rileva ciò che si designava più precisamente durante l'epoca classica come il travestimento burlesco. Si caratterizza soprattutto nel fatto che le imprese compiute da Ercole diventano qui altrettante sfide che egli lancia, senza altra ragione se non quella di provare la sua forza, al suo fratello Euristeo [13]; nella tavola 39, Doré rivela che la posta in gioco era... una bottiglia di birra. Euristeo, ammettendosi vinto lo "paga regalmente".

L'eroe stesso è avvilito. Ercole qui non ha più nulla di un semi-dio, né di un colosso; più piccolo di suo fratello, trascina una figura grassoccia, con una cintura di fogliame come unico indumento, e inalbera un aria a volte idiota a volte indispettito. La tavola 33, in cui il nostro eroe babbeo esce imbrattato dal suo "viaggio di scoperta nelle scuderie di Augìa", finisce con il togliergli ogni pretesa di grandezza.

Fig. 3: Ercole impegnato nelle pulizie delle scuderia di Augìa

Michel Thiébaut evidenzia a ragione che le imprese successive danno luogo a delle sequenze di lunghezza passabilmente ineguale. "Così [Doré] si attarda relativamente a lungo sull'episodio del leone di Nemea, o anche su quello della cerva di Cerinea, passa più rapidamente sulla cattura del cinghiale di Erimanto e non dedica che due immagini alla conquista della cintura della regina Ippolita" [14]. Lo stesso autore nota anche che gli anacronismi deliberati sono numerosi, affettando a volte l'immagine (così di "quell'amazzone la cui uniforme ricorda quella delle vivandiere dell'epoca imperiale") quanto il lessico ("l'armatura costituita dalla pelle del leone di Nemea diventa un semplice 'cappotto'"). L'esagerazione è un altro espediente del comico: la folla di curiosi che assedia il laboratorio del conciatore (tavola 6) si stende a perdita d'occhio, ed Ercole si ritrova, al termine della sua lunga corsa dietro la cerva di Cerinea, "lontano 1.000.000.000 di leghe dal punto da cui era partito". Ma qualche volta Doré gli preferisce la litote: i "dintorni molto umidi" designano così le paludi nelle quali Ercole per poco non annega.

Non si potrebbe rimproverare un artista di quindici anni per una narrazione un po' approssimativa e un umorismo ancora incerto dei suoi mezzi. Il contrasto eroicomico è sfruttato in modo piuttosto maldestro, e rari sono i disegni la cui vista suscita il sorriso (citiamo tuttavia quella vignetta della tavola 4 in cui Ercole pianta una freccia sul didietro di un leone dalla rigidità catalettica). Lo stesso sentimento di pressapochismo riguarda la gestione del tempo. Le ellissi sono spesso poco convincenti: il testo ci informa in tale luogo che sei mesi sono trascorsi tra due vignette immediatamente consecutive (tavola 21), un poco oltre (tavola 24) che si è appena varcato un nuovo arco di un anno e mezzo, ma la contiguità delle immagini sembra smentire queste informazioni.

L'albo comporta 46 tavole e 104 vignette. Se una maggioranza di tavole si compone di due disegni, molti non ne contano che uno soltanto, e il numero di vignette sale a cinque nella tavola 16. Le didascalie non hanno in genere che due o tre righe di testo, ma tendono a diventare un po' più lunghe nelle ultime otto tavole.

I due albi di fumetti successivi escono entrambi nel 1851, ossia dopo la scadenza del contratto iniziale concluso con Philipon. A differenza del primo, questi due albi sono disegnati con la matita litografica. Questa tecnica, permetteva all'artista di incidere direttamente disegnando con una matita, senza aver bisogno della mediazione di un copista, aveva aperto la via alla caricatura d'artista. Philipon ne spronava l'uso, al contrario di Töpffer che l'aveva disapprovata, giudicando che essa produceva "un tratto molle e senza carattere" [15].

 

[SEGUE]

 

[Traduzione di Massimo Cardellini]

 

NOTE

[12] Nel corso delle sue Avventure, Telemaco visita l'isola di Ogigia, la cui regina era Calipso.

[13] Nella mitologia, Euristeo (Eurysthée, notare la differente forma grafica) è il cugino di Ercole.

[14] Michel Thiébaut, "Les Travaux d'Hercule", Neuvième art n° 3, gennaio 1998, pp. 68-73; cit. p. 69.

[15] Cfr. le sue Réflexions à propos d'un programme, 1836.

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